{"id":6747,"date":"2018-03-14T12:53:25","date_gmt":"2018-03-14T11:53:25","guid":{"rendered":"https:\/\/ilvelodimaya.eu\/bulgaria\/?p=6747"},"modified":"2020-06-21T13:52:26","modified_gmt":"2020-06-21T11:52:26","slug":"quel-ramoscello-dulivo-della-turchia-bombe-sul-kurdistan-partire-afrin","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ilvelodimaya.eu\/bulgaria\/quel-ramoscello-dulivo-della-turchia-bombe-sul-kurdistan-partire-afrin\/","title":{"rendered":"Quel \u201cramoscello d\u2019ulivo\u201d della Turchia:  bombe sul Kurdistan, a partire da Afrin"},"content":{"rendered":"<p><strong>Si chiama \u201cramoscello d\u2019ulivo\u201d ed \u00e8 l\u2019operazione militare con la quale il governo turco di Ankara sta bombardando il nord della Siria, e pi\u00f9 precisamente la zona di Afrin, dallo scorso 21 gennaio. Gli attacchi sono ripresi con particolare insistenza in questi giorni. L\u2019intenzione dell\u2019esercito turco \u00e8 di spingere le milizie curde a est dell\u2019Eufrate.<\/strong><\/p>\n<p>Ebbene s\u00ec, \u201cramoscello d\u2019ulivo\u201d. Farebbe quasi sorridere se non fosse che un simbolo di pace universale viene strumentalizzato per seminare il terrore e legittimare un\u2019offensiva che nasconde obiettivi economici ben precisi.<\/p>\n<p><strong>Secondo il presidente turco Recep Tayyip Erdogan l\u2019azione militare sarebbe necessaria al fine di tutelare i<\/strong> <strong>confini dello Stato<\/strong> dalle attivit\u00e0 di quella che definisce un\u2019organizzazione terroristica e che in realt\u00e0 altro non \u00e8 che l\u2019unit\u00e0 di Protezione Popolare Curda, YPG, colpevoli, sempre secondo il sultanato di Ankara, di essere in contatto con il PKK, movimento separatista curdo con cui la Turchia \u00e8 in guerra da pi\u00f9 di trent\u2019anni. Si parla ormai di pi\u00f9 di mille morti tra civili e combattenti curdi, contro le poche decine di caduti nel fronte opposto. Dopo i raid aerei e i costanti bombardamenti che hanno portato alla distruzione di 108 obiettivi militari, la Turchia ha quasi da subito avviato un\u2019operazione via terra forte dell\u2019appoggio dell\u2019Esercito Libero Siriano. Intanto, mentre il ministri degli esteri turco Mevlut Cavosoglu si vantava di aver iniziato una sostanziale riconquista dei villaggi del Kurdistan, tiepide sono arrivate le prime manifestazioni di dissenso, prima dal Partito Democratico dei Popoli turco, HDP, che scendendo in piazza \u00e8 andato incontro a rastrellamenti e feroci arresti da parte della polizia governativa, poi dal governo siriano di Bashar al-Assad e infine dalla Francia, che sul territorio millanta una qualche autorit\u00e0 dai tempi degli accordi di Sykes-Picot.<\/p>\n<h3><strong><em>I deboli appelli di Francia e Stati Uniti<\/em><\/strong><\/h3>\n<p>\u201cLe forze combattenti curde sono dalla parte della coalizione internazionale nella lotta contro il terrorismo dell\u2019ISIS\u201d, ha sostenuto il ministro francese delle forze armate <strong>Florence Parly<\/strong>. \u201cL\u2019attacco di Ankara deve arrestarsi subito\u201d. Insomma, non importa se centinaia di civili curdi tra Afrin, Idlib e Gohuta stanno morendo sotto i bombardamenti, o meglio, \u00e8 importante ma mai quanto lo sia il fatto che i loro combattenti restino a vigilare sull\u2019avanzata delle forze jihadiste. Ancora pi\u00f9 debole, e <strong>perfino disarmante<\/strong>, appare l\u2019appello di <strong>Washington<\/strong> che si \u00e8 limitato a chiedere moderazione da parte della Turchia e che le azioni militari vengono circoscritte nei confronti dei guerriglieri curdi lasciando estromessi i civili dalla vicenda.<\/p>\n<p><strong>Ma di preciso, di che parte del Medio Oriente stiamo parlando?<\/strong> Il Sistema Federale Democratico della Siria del Nord, noto anche come Kurdistan siriano o semplicemente<strong> Rojava<\/strong>, \u00e8 una regione semiautonoma del nord-nord est della Siria mai effettivamente riconosciuta dal governo di Damasco. In seguito alla guerra civile del 2012 l\u2019area \u00e8 stata presa sotto controllo dalle milizie curde del YPG decretando de facto la nascita di quella che dai nazionalisti curdi \u00e8 considerata una delle quattro parti del Kurdistan in terre straniere (Turchia, Siria, Iraq e Iran). L\u2019intento del neonato Partito dell\u2019Unione Democratica, PYD, a capo del Comitato Supremo Curdo, DBK, era quello di costruire un confederalismo democratico multietnico ispirandosi al socialismo libertario promosso dal filosofo anarchico Murray Bookchin. Con il Contratto Sociale del Rojava, promulgato il 20 gennaio 2014, si cerc\u00f2 di instaurare una repubblica parlamentare fondata sul pluralismo e il decentramento, come evidenziato dalla divisione nelle tre aree autonome di Afrin, Jazira e Kobani. Un esperimento di amministrazione politica non statale, estremamente flessibile, anti monopolistica, orientata al consenso e fondata sul femminismo e l\u2019ecologismo. Un prototipo di democrazia che pare quasi un\u2019utopia per il tempo e il territorio in cui si \u00e8 attuata. Uno Stato che \u00e8 l\u2019estremo e consapevole tentativo di un popolo di crescere all\u2019insegna del progresso e delle libert\u00e0 individuali. Poesia, insomma, vera musica per le orecchie degli amanti dei diritti civili, sociali e umani.<\/p>\n<h3><strong><em>Uno stato indipendente curdo<\/em><\/strong><\/h3>\n<p>Detto questo, il Rojava ha sempre incontrato sulla sua strada verso la democratizzazione la ferrea opposizione di Iran, Iraq e soprattutto Turchia per motivi che trovano le fondamenta in una delicata questione socioeconomica. Secondo <strong>Valeria Talbot<\/strong>, responsabile del Programma Mediterraneo e Medio Oriente dell\u2019Istituto per gli Studi di Politica Internazionale di Milano, Ankara mira a contenere quella che viene percepita come una \u201cminaccia esistenziale\u201d alla propria sicurezza nazionale, alla luce degli stretti legami tra YPG e il PKK col quale Erdogan ha da quasi tre anni ripreso a scontrarsi duramente nelle provincie meridionali della Turchia. \u201cIl principale timore del governo turco \u00e8 la creazione di uno stato indipendente curdo al suo confine meridionale che faccia da catalizzatore per le istanze autonomiste dei curdi turchi\u201d, sostiene la ricercatrice italiana.<\/p>\n<p><strong>Ma \u00e8 evidente come la questione sociale non sia l\u2019unico ago della bilancia. Il Kurdistan sorge infatti sopra alcuni dei giacimenti idrici e petroliferi pi\u00f9 imponenti del mondo<\/strong>. Se esistesse uno Stato pancurdo sarebbe sicuramente uno dei pi\u00f9 ricchi e influenti della Terra. Per quanto riguarda l\u2019area siriana, pi\u00f9 precisamente presso Giazira, i pozzi di Kerashuk, Ramelan, Zarbe e Oda garantiscono estrazioni massicce e costanti, motivo delle brame di tutti i paesi limitrofi. Come nella maggior parte dei casi, in quest\u2019epoca ancora troppo dipendente dalle fonti di energia non rinnovabili, la vita umana ruota intorno al petrolio e i governi usano l\u2019oro nero per esercitare un potere paracoercitivo e per spostare gli equilibri a loro favore.<\/p>\n<p>Prendiamo, per esempio, il caso dell\u2019Iraq. Quando nel 2012, come riportato allora dall\u2019<strong>Economist<\/strong>, le prime <em>oil major<\/em> iniziarono a investire nella regione semiautonoma del Kurdistan iracheno, il governo di Baghdad strinse accordi con il governo regionale curdo, KRG, cos\u00ec che il 17% degli introiti arrivasse direttamente e costantemente nelle tasche del popolo curdo (un giro annuo di pi\u00f9 di dieci miliardi di dollari che rappresentavano circa l\u201980% del fabbisogno necessario alla regione per mantenere la propria autonomia). <strong>Exxon, Total, Chevron e Gazprom<\/strong> finirono cos\u00ec per costituire un\u2019arma nelle mani dell\u2019Iraq per concedere un margine di autonomia importante ma controllato al governo regionale curdo. Il crollo del prezzo del barile del 2014 e il conflitto siriano misero definitivamente in crisi questo meccanismo sottolineandone la precariet\u00e0 e la dipendenza da cause esterne. \u201cIl KRG ha provato a far fronte al nuovo scenario con l\u2019indebitamento verso le banche locali e turche e con il supporto da parte delle compagnie di trading internazionale\u201d, come sostiene l\u2019esperto di energia e geopolitica <strong>Raffaele Perfetto <\/strong>su affarinternazionali.it. \u201cNel 2015 ha provato anche a lanciare un bond internazionale dal valore di mezzo miliardo di dollari: la collocazione non \u00e8 andata a buon fine proprio per la precaria condizione di sovranit\u00e0 che non ha convinto gli investitori.\u201d<\/p>\n<p>Tornando alle vicende che riguardano le mire indipendentistiche del Rojava, sembra che nell\u2019ultimo mese il governo di Damasco sia intervenuto in modo deciso sulla scena cambiando le carte in tavola. I combattenti filogovernativi delle Forze di Difesa Nazionale, NDF, hanno portato il loro supporto ai guerriglieri YPG. Nuri Mahmud, portavoce dei soldati curdi, ha dichiarato che i reparti regolari siriani saranno dispiegati al confine con la Turchia. Nel frattempo in Siria tutti i media insistono su un\u2019alleanza per unirsi nella resistenza all\u2019aggressione turca, ma l\u2019esercito regolare di Damasco a fine febbraio ancora non si era mosso, Erdogan continua a fare la voce grossa e Assad non sembra proprio aver voglia di fare la guerra alla Turchia ma probabilmente gli interessa soltanto tornare ad occupare il confine turco-siriano che da anni ormai \u00e8 controllato dalle formazioni curde. \u201cSe una Siria federale e non la secessione curda \u00e8 l\u2019obiettivo del popolo del Rojava, \u00e8 ovvio che il governo centrale sar\u00e0 chiamato a riprendere il controllo delle frontiere\u201d, ha sostenuto l\u2019analista <strong>Mouin Rabbani<\/strong> sulle pagine del quotidiano Il Manifesto. \u201cLa richiesta di intervento rivolta a Damasco \u00e8 legata al presente, per fermare la Turchia, e alla costruzione delle basi di un negoziato per il riconoscimento della piena autonomia del Rojava. A maggior ragione dopo l\u2019abbandono della causa curda da parte degli Stati Uniti di Trump.\u201d<\/p>\n<p>Ma se le intenzioni del governo siriano restano ambigue, quelle di Ankara sembrano particolarmente chiare e decise. Come testimoniano quotidianamente molti reporter in azione sul campo, settimana scorsa l\u2019esercito turco, che vanta l\u2019appoggia di diverse formazioni jihadiste, si \u00e8 avvicinato sempre di pi\u00f9 ad Afrin, in particolare dalla direzione di Shera, accerchiando la citt\u00e0 nella quale si sono concentrati tutti i rifugiati scampati ai bombardamenti delle aree limitrofe. La densit\u00e0 di vite umane \u00e8 altissima e da quando gli aggressori hanno preso il controllo della diga di Meidanki l\u2019acqua arriva ai civili curdi col contagocce. Ovviamente mancano anche molti generi di prima necessit\u00e0 e la situazione non sembra poter migliorare nel breve termine. <strong>L\u2019assedio \u00e8 entrato nel vivo della sua tragicit\u00e0 tra il silenzio e l\u2019inerzia delle organizzazioni internazionali e dell\u2019ONU, grande assente in quella che sta diventando una delle pagine pi\u00f9 sanguinose della storia recente. <\/strong><\/p>\n<h3><strong><em>Una terra sotto minaccia militare<\/em><\/strong><\/h3>\n<p><strong>Le vicende del Kurdistan e del suo popolo sono dunque destinate a rimanere bloccate nel fumo degli interessi di forze esterne.<\/strong> Prima furono Francia e Inghilterra a smembrare il territorio disperdendo le genti curde con gli accordi post bellici dei ministri Sykes e Picot. Fu poi il leggendario Mustafa Kemal, padre del popolo turco, a mettere in discussione gli articoli 62 e 64 del trattato di S\u00e9vres \u2013 siglato il 10 agosto 1920 &#8211; che avrebbero dovuto tutelare le minoranze etniche e religiose dalla caduta dell\u2019Impero Ottomano in poi. E infine fu la volta dei regimi teocratici musulmani che promossero, in diversi momenti, politiche di profonda repressione in Siria, Iraq e Iran. Senza dimenticare le interferenze Usa, ovviamente. In pi\u00f9 occasioni, pi\u00f9 precisamente tra la guerra del Golfo e l\u2019invasione dell\u2019Iraq, gli Stati Uniti si dichiararono propensi a concedere l\u2019indipendenza ai cittadini curdi in modo da ottenerne la consueta \u201ctutela\u201d e a guidare il giovane Stato in un lungo e lento processo di democratizzazione, locuzione standard usata dalle potenze imperialiste per stabilire protettorati economici e creare riserve di carboni fossili inesauribili, salvo poi cedere alle pressioni del solito sultanato di Erdogan determinato a mantenere il Kurdistan diviso e frammentato, incapace di autodeterminarsi e di difendersi in maniera centralizzata e quindi pi\u00f9 esposto agli attacchi politici, economici e militari della Turchia in primis e del resto del mondo poi.<\/p>\n<p>Agli occhi della maggior parte degli occidentali il Kurdistan \u00e8 una sorte di stato fantasma, un frammento di terra incastonato in qualche antica saga mitologica, relegato nell\u2019abisso geopolitico delle steppe mediorientali dove non cresce nulla al di fuori dell\u2019odio per l\u2019occidentalismo. Ma non \u00e8 affatto cos\u00ec. Il Kurdistan esiste veramente, non \u00e8 uno dei fantastici mondi erranti del regista giapponese Hayao Miyazaki, non \u00e8 un\u2019isola omerica n\u00e9 un artefatto distopico orwelliano, anzi. Il Kurdistan \u00e8 una realt\u00e0 importante, una regione di quasi duecentomila chilometri quadrati in cui vivono circa cinquanta milioni di persone tra arabi, armeni, osseti, persiani, turchi, azeri, assiri e turcomanni. Kurdistan vuol dire religioni che convivono, sunniti e cristiani, yazidi ed ebrei. Il Kurdistan fu ieri ed \u00e8 oggi, con le sue donne, i suoi bambini, gli anziani, i soldati, i saggi, i professori, i filosofi, gli operai e i romanzieri. <strong>Antico come la Mesopotamia, presente nella memoria storica sin da Senofonte e Carlo Magno, oggi il Kurdistan esiste come esiste l\u2019Italia, con l\u2019unica differenza che vive sotto costante minaccia militare. <\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Si chiama \u201cramoscello d\u2019ulivo\u201d ed \u00e8 l\u2019operazione militare con la quale il governo turco di Ankara sta bombardando il nord della Siria, e pi\u00f9 precisamente la zona di Afrin, dallo scorso 21 gennaio. Gli attacchi sono ripresi con particolare insistenza in questi giorni. L\u2019intenzione dell\u2019esercito turco \u00e8 di spingere le milizie curde a est dell\u2019Eufrate. 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