L’occhio del video in sala operatoria
Tecnica e umanità contro le patologie

Nicola Ferrara, addetto alle riprese degli interventi, descrive una professione affascinante e delicata
L’occhio del video in sala operatoria <br>Tecnica e umanità contro le patologie

CHIRURGIA DI AVANGUARDIA – A sinistra: Alessandro Frigiola. A destra: la sala operatoria.

di ALESSANDRA GIORDANO

C’è un cuore aperto che si muove, poi si ferma. E riparte. Scende finalmente la tensione di tutti che, come in un grande corpo unico, tenevano un respiro in sospeso, in attesa di quel battito.

“Tutti” sono il chirurgo, gli infermieri, l’anestesista, il  perfusionista (l’addetto alla macchina cuore-polmone), lo strumentista. E lui, Nicola Ferrara, video operatore specialist, addetto alle riprese e poi al montaggio del video.

Il suo è un lavoro raro e molto particolare e richiede specifiche competenze tecniche ma che necessariamente, poiché è esercitato in sala operatoria, coinvolge emotivamente tutti ed è ogni volta scuola di vita e stimolo al pensiero. Almeno, lo è per lui, quarantenne grande e grosso con gli occhi buoni.

Ferrara lavora per conto della Vsg, che opera da 11 anni nel settore sanitario chirurgico producendo materiale video per diversi committenti: istituti di ricerca, organizzatori di convegni, università, studenti e gli stessi chirurghi. Quando si richiede un service – e qui entra in gioco Nicola Ferrara – il valore aggiunto, oltre alla ripresa professionale, è nel montaggio scientifico, che viene realizzato insieme al medico.

Gli chiediamo di raccontarci come è arrivato a fare questo mestiere.

Otto anni fa mi chiama il titolare della società e mi consegna un cd, dicendomi che sarei stata la persona giusta per fare questo lavoro. Inserisco il disco e inizio a guardare. Si trattava della sostituzione di un femore, neanche tanto cruento. Ma io dopo 3 minuti divento bianco, chiudo e dichiaro a me stesso che no, non avrei mai potuto. Eppure al risveglio, la mattina dopo, ho voluto riprovarci. E questa volta l’ho guardato tutto”.

Non molto tempo dopo si troverà per la prima volta davanti alla porta scorrevole della sala operatoria.

Arrivo in largo anticipo. Vengo accompagnato alla vestizione e subito dopo mi indicano il blocco operatorio: devi andare là, quella è la sala. La porta scorrevole aveva un oblò dal quale si vedeva all’interno… come nei film, o nei telegiornali, quei posti inaccessibili… e invece io ero lì. La porta automatica si apre e  il professor Andrea Baldini solleva gli occhi e mi guarda. Io aspetto immobile l’autorizzazione a fare il primo passo. “Ah buongiorno, signor Ferrara, la stavo aspettando. Bene, si accomodi e cominciamo subito”. Si trattava di un intervento di rimozione di un rene. Quel tono mi dà la carica. Ricordo la sorpresa quando, a metà dell’operazione, al cambio di equipe, il professore mi dice “Venga che andiamo a fare colazione”. Io sinceramente di fare colazione non ho nessuna voglia e mi risulta strano anche che loro riescano a farla. Dieci minuti prima avevano le mani all’interno di un corpo… e dieci minuti dopo dentro la crema di un cornetto. Ma questo mi fa capire che anch’io, un domani, avrei saputo gestire la situazione. Non credo che Baldini sapesse che era la mia prima volta, ma posso immaginare che l’abbia intuito… E quel giorno ho capito, grazie a lui, che quello sarebbe stato il mio lavoro per molto tempo”.

La sala operatoria, apprendiamo dal racconto di chi vi entra con un incarico così inusuale, è una bolla estraniata dalla realtà dove si mescolano attenzioni e rigore estremi con sensazioni ed emozioni spesso condivise, spessissimo cariche di umanità. Il tutto sommessamente, perché vige all’interno una disciplina che ha regole inderogabili.

Ci si muove sempre nello stesso senso – racconta Ferrara –, ognuno ha la sua postazione e deve mantenerla, e se parliamo di asetticità… considera ad esempio che tutti, compreso il chirurgo che è l’unico “lavato” (cioè completamente asettico), se per sbaglio tocchiamo qualcosa con la parte posteriore e bassa del corpo (insomma, con il sedere) tutto si ferma per la disinfezione, perché i germi di quelle zone non si riescono a debellare completamente e nonostante i vestiti potrebbero essere all’esterno dei nostri corpi, magari mossi quando ci infilavamo i pantaloniGermi che sono normalmente innocui, ma su un corpo aperto…

L’atmosfera che si respira non è sempre uguale: il freddo è dominante sempre, per evitare la proliferazione dei batteri, gli odori intensi, ma se durante un’operazione di ortopedia sembra di stare in un falegnameria, con rumori degli attrezzi e delle voci, se sta operando un neurochirurgo  tutto è  soave, delicato, e regna assoluto silenzio. Un silenzio che avvolge la sala, le poche parole sono dette a bassa voce.

Ovviamente è particolarmente toccante quando il paziente è un bambino – continua Ferrara nel suo racconto ricco di passione -. Tutta la sala è in apprensione. Sappiamo benissimo che è difficile avere un chirurgo donna – per una serie di brutte ragioni che conosciamo – ma invece tutto il blocco infermieristico è per lo più femminile,  e quel bimbo è il figlio di tutte. La carezza prima dell’anestesia, un’altra, delicata, appena si sveglia, quando quegli occhi vedono luci forti, gente vestita di verde. Sono chiocce presenti, amorevoli”.

Un altro aspetto a cui normalmente non si pensa è la varietà dei colori del corpo, purtroppo in certe parti colori che sono segno di malattia. È un aspetto che il video operatore deve tenere molto in considerazione: “A volte ci si ferma perché i colori non si evidenziano bene. La cromia è importantissima: dai colori si riconoscono parti malate. Ho visto video completamente dominati dall’arancione, che al medico risultano inutili, perché non vi trova differenza tra le parti anatomiche”.

Al paziente è chiesto consenso, naturalmente, anche se nessun volto è ripreso. Tutti accettano volentieri, mai capitato un rifiuto (anche se quasi nessuno – com’è immaginabile – chiede di avere il video dell’operazione). E questo anche se i tempi dell’operazione risultano leggermente allungati. Dieci minuti, un quarto d’ora, ma il paziente accetta. Per senso civico, per onore alla ricerca, diciamo noi. “Perché si sente gratificato, orgoglioso”, aggiunge Ferrara.

Il video operatore entra e posiziona la macchina proprio sopra il paziente: un gesto, ci dice, che ti fa sentire subito tutto il peso della responsabilità. “In quella sala, in quel momento, c’è il malato che spera di poter guarire e vivere, il chirurgo che cerca di fare del suo meglio, e io ammirato che guardo tutto lo staff. Molto spesso si dice che i medici siano freddi, ma anche quando non  è capace o non vuole esprimersi, un chirurgo se fallisce ha rimorsi di coscienza che non lo abbandoneranno per tutta la vita. Questo lo so perché in fase di strutturazione del progetto spesso i medici si aprono con noi, e si raccontano. Sto tante ore con loro, a volte tutta la notte come per i trapianti, che non si eseguono di giorno per una questione di quiete, e quindi di funzionalità, perché tutti i macchinari siano pronti in caso di necessità, e regni la calma delle ore del sonno”. Degli altri, naturalmente.

L’esperienza che ci riporta Nicola Ferrara è di continua gratitudine per l’occasione che la vita gli ha portato, e di altissima stima per le persone che ha incontrato. Quegli occhi buoni (è riconosciuta da tutti la sua propensione verso la causa dei più deboli) brillano in particolar modo quando nomina il professor Alessandro Frigiola, primario di Cardiochirurgia all’ospedale di San Donato (Milano). Che, anche attraverso l’Associazione Bambini cardiopatici nel mondo di cui è presidente,  ha salvato un enorme numero di bambini sia volando a soccorrerli in tutto il mondo sia accogliendoli in Italia, e non ultimo facendo formazione perché i colleghi che operano in Paesi con scarse risorse possano agire in autonomia. È di pochi giorni fa la notizia del salvataggio della piccolissima Amina che volava sullo stesso aereo del primario verso un intervento chirurgico al cuore. La bambina stava peggiorando: poco ossigeno nelle bombole e temperatura corporea in calo. Il professore ha chiesto ai piloti di accelerare, e di alzare la temperatura in cabina. I passeggeri, sudati, hanno applaudito all’intervento del medico, che ha così creato le condizioni perché la neonata potesse arrivare in tempo per essere soccorsa dall’ambulanza e poi operata.

Attraverso il professor Frigiola, Ferrara ha conosciuto un altro medico che si è distinto per gesti di umanità di valore incommensurabile: il cardiochirurgo Tammam Youssef, siriano, il cui atto più clamoroso ed eccezionale è stato di salvare il figlio dell’assassino di suo fratello. “C’è qualcosa di più del giuramento di Ippocrate…” commenta Nicola Ferrara, che lavora anche per l’associazione.

Poi,  a microfono spento, sussurra quasi tra sé e sé: “Sono davanti a un cuore aperto. Lo guardo, fermo dietro la videocamera, mentre gli strumenti del medico lavorano e penso: ma l’amore è lì dentro?”

 

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