EDITORIALE

Alle elezioni con molte promesse. Su come realizzarle il buio totale

 

di PAOLO CORTICELLI

Ora la data è fissata: 4 marzo. Elezioni politiche. Nel sentire le dichiarazioni, nel leggere le interviste, nell’osservare azioni e gesti dei contendenti, si ha la netta impressione che il mondo politico italiano non abbia ben chiaro un aspetto inquietante: la disillusione dell’elettorato nei confronti della politica. Disillusione dovuta alle infinite promesse non mantenute; alla burocrazia strangolante, sostenuta da un apparato pletorico e inutile, ma che dà lavoro – lavoro o sostegno sociale? – a milioni di persone; alla tassazione, arrivata a livelli preoccupanti, mentre forse si fa strada l’ipotesi di una flat tax tutta da verificare (in fase sperimentale, e comunque non si dice che dovrebbe essere sostenuta già inizialmente da una maggiore solidità economica); alla povertà diffusa, che ha indebolito quel ceto medio che era l’ossatura della società, e ha gettato sul lastrico, letteralmente, coloro che non hanno più spazi lavorativi occupabili; alla scuola, persa nei meandri di concorsi che massificano sotto il profilo della quantità, senza tener conto della qualità (la meritocrazia, questa sconosciuta). Ma soprattutto dovrebbe destare maggior attenzione la dimensione raggiunta dal debito pubblico, intorno ai 2.200 miliardi di euro.

Migranti: accettare le leggi vigenti

Piccolissimi politici – nessun riferimento al fisico, sia ben chiaro – sproloquiano da mesi su ambiti e situazioni che difficilmente sapranno affrontare, men che meno a risolvere. La questione dei migranti agita la scena politica da tempo e la destra considera la questione una carta vincente agitando di continuo la bandiera ove le effigi della paura e del razzismo si stagliano in maniera ben chiara. Intendiamoci: da queste colonne abbiamo già scritto che è del tutto inaccettabile che gruppi di migranti divengano parassiti sociali, con infiltrazioni criminali anche di ispirazione terroristica, con la pretesa di agire come e quando meglio loro aggrada. E se è del tutto inaccettabile l’utilizzo del niqab o del burqa quando precise disposizioni legislative impongono al cittadino italiano di girare a volto scoperto, è altrettanto censurabile l’atteggiamento di chi, in ambito scolastico, non ha ammesso il presepe per “non offendere chi appartiene a religioni diverse da quella cattolica”. Scusate, ma con gli ebrei ci siamo mai posti il problema? Chi viene in Italia deve accettare le leggi vigenti e rispettarle. Ma sullo ius soli quante insulsaggini, sempre dalla destra, la quale confida molto sull’ignoranza dell’elettorato e quindi confonde le acque, senza fornire alcuna spiegazione adeguata sul fatto che questo diritto di cittadinanza viene sollecitato da chi è nato nel nostro Paese, ci è cresciuto, ha frequentato le nostre scuole e magari sta già anche lavorando.

Lillipuziani appaiono anche i contendenti, si fa per dire, del centro sinistra e quella frangia di sinistra che non si sa se vogliono di nuovo imporre processi di nazionalizzazione o si accontentino di navigare sotto costa, sempre all’opposizione, lieti di festeggiare la mancata approvazione di qualche ennesimo emendamento a qualche proposta di legge. Qui non c’è partita, nel senso che contese, livori e frazionamenti vari hanno già prodotto un notevole vulnus in un corpo elettorale deluso, disorientato, incapace di decifrare linee di indirizzo, strategie operative, segnali di reale innovazione.

Ma c’è il Movimento 5 stelle che ha già pensato a tutto: vincere, in primis, esibire la pochezza culturale dei propri accoliti, promuovere l’uscita dall’euro – conseguenza prima dell’aspetto antecedente -, condurre il Paese alla bancarotta con il Pifferaio magico che  sta incantando da tempo l’elettorato, elettorato che in ampia percentuale lo segue. C’è solo da sperare che alcuni dei candidati della cosiddetta società civile che hanno determinate competenze – in ambito giuridico, militare, giornalistico – siano eletti, in modo da elevare quella cifra globale del movimento decisamente preoccupante.

Il desiderio di conquista

Al di là di considerazioni più o meno condivisibili, ma che confermano lo scarso spessore  di un management politico che mira solo a conquistare – Silvio Berlusconi, ospite di Bruno Vespa, alla domanda del conduttore cosa fosse per lui la politica, ha risposto: “La politica è una lotta… una gara in cui bisogna vincere”. Non una parola su spirito di servizio, senso di abnegazione e competenza, ahinoi –  senza una visione, uno sguardo di profondità che nobiliti il Paese con progetti e iniziative di ampio respiro: idee e competenze (in ambito culturale, non mancano), colpiscono almeno due aspetti negativi: per tutto ciò che viene promesso – anche in patente contraddizione, chi vuole l’euro, chi no, chi forse… – non c’è un programma  che definisca come conseguire un determinato risultato. A parte i muri, non solo metaforici e mentali, di chi auspica una “soluzione finale” per i migranti – mentre una critica più decisa all’Unione europea non guasterebbe -, non si capisce come diminuire le tasse se non altro in un ben determinato lasso di tempo, senza rischiare il default;come proporre una doppia moneta senza finire sotto attacco da parte dei mercati finanziari; come si intende intervenire sulla sanità, in quanto si vocifera di “ritocchi” al ticket; come abbattere il debito pubblico, in maniera concreta, non ipotetica né velleitaria.

Se prendiamo in considerazione alcuni sondaggi, il presidente del Consiglio Paolo  Gentiloni incontra i favori di una buona parte dell’elettorato: le leggi sulle unioni civili e il testamento biologico hanno colpito favorevolmente l’opinione pubblica. Analogo discorso varrebbe per Marco Minniti, ministro dell’interno, per come ha gestito la questione degli immigrati, sempre stando ai sondaggi. Il condizionale è d’obbligo perché c’è un’ombra, nella sua gestione del dicastero: la nomina da lui sottoscritta in settembre di Gilberto Caldarozzi alla seconda carica della Dia, la Direzione investigativa antimafia. Caldarozzi è stato condannato in via definitiva a 3 anni e 8 mesi – dopo cinque anni di interdizione dai pubblici uffici –  per i fatti della “macelleria messicana” a Genova nel corso del G8 del 2001. Una scelta che potrebbe avere un riflesso negativo sulla carriera politica di Minniti.

Ma non è questo l’ambito, quello delle scelte, in cui vogliamo addentrarci. Abbiamo voluto sollecitare l’elettorato a una riflessione, a un attento ascolto di ciò che viene detto, che viene promesso. Nessuno ha facili soluzioni in tasca. Nessuno, tranne Vittorio Sgarbi con il suo partito Rinascimento – titolo anche del libro firmato insieme a Giulio Tremonti, che condivide anche l’iniziativa politica -, mette al primo posto la cultura, il nostro patrimonio con un tesoro artistico e paesaggistico che non ha eguali: la cultura può creare sviluppo, posti di lavoro, attrarre investimenti. Soprattutto, può contribuire a quello “sguardo alto” che il nostro Paese può esibire nel contesto internazionale, in un’Europa sempre meno coesa, sempre più preda di nazionalismi ottusi e retrogradi. Uno sguardo alto che in molti auspicano.