STEFANO FERRI: CHI NON COMUNICA NON ESISTE
Giornalista, scrittore e consulente in comunicazione, racconta il valore delle relazioni umane, il potere della parola e l’importanza di vivere senza rinunciare alla propria identità.
Stefano Ferri ha costruito un percorso professionale ricco di esperienze e importanti riconoscimenti. Vincitore del Premio Hilton 2004 per il giornalismo specializzato in turismo d’affari, del Premio Italia for Events 2006 per la stampa di settore e del Premio Le Fonti 2026 come Professionista dell’Anno nel settore della comunicazione.
Nel 2022 gli è stata assegnata la menzione speciale al TTG Star Award, che riconosce ogni anno la personalità di spicco nel turismo italiano, e dal 2023 al 2025 è stato certificato da Eventex fra le cento persone più influenti della meeting industry mondiale.
È autore di quattro romanzi, uno dei quali racconta autobiograficamente la sua esperienza di “uomo vestito da donna”: Crossdresser – Stefano e Stefania, le due parti di me (Ugo Mursia Editore). Da molti anni è attivo a sostegno dei diritti civili, dando testimonianza su giornali, tv e social media.
Stefano Ferri, il suo percorso professionale spazia dal giornalismo alla comunicazione e agli eventi. Qual è il filo conduttore che unisce queste esperienze?
La mia storia professionale è un po’ originale. Come giornalista iniziai durante gli anni dell’università collaborando per un mensile tecnico rivolto agli organizzatori di eventi. L’evento è una grande forma di comunicazione, scientifica, motivazionale o commerciale a seconda del format, e abbraccia tanti comparti, tipo logistica, turismo, hotellerie, trasporti. È in questa rivista che, facendo il giornalista, imparai a destreggiarmi anche in queste forme di comunicazione. Il resto è venuto di conseguenza.
Nell’era del digitale e dell’intelligenza artificiale, quanto contano ancora gli incontri personali e le relazioni umane nel mondo professionale?
Contano sempre di più, e non è un paradosso. I tool digitali efficientano sì la comunicazione, perché ci consentono di connetterci con un numero di persone inimmaginabile nell’era analogica, ma anche ci tengono lontani l’uno dall’altro, così facendo emergere l’innata primazia del reale sul virtuale. La nostra natura ci spinge a socializzare: non per caso i grandi progetti scientifici, quelli che conducono ai premi Nobel per intenderci, nascono tutti con le gambe sotto al tavolo del bar o del ristorante di un congresso, fra gente che si conosce, si piace, si parla.
Sono dell’avviso che si stia sempre più andando verso un’epoca ibrida: digitale per le cose semplici e ordinarie, da fare con cura ma in poco tempo; reale per tutto ciò che è invece strategico, di lungo termine, economicamente sensibile.
Qual è l’errore più comune che le aziende commettono nella loro comunicazione?
Non farla. La comunicazione soffre da sempre il pregiudizio di essere un inutile “di più”, buono per chi si è già affermato e ha quattro soldi da investire sul rafforzamento dell’awareness, ma la realtà è molto diversa.
La comunicazione è la base del successo. Chi non comunica non esiste.
È per questo, secondo me, che nella quasi totalità dei casi le start up falliscono. Pur di risparmiare, chi le fonda si concentra su aspetti secondari credendoli più importanti di una comunicazione intelligente, targettizzata e pervasiva.
Henry Ford, il fondatore dell’omonima casa automobilistica, soleva ripetere che il solo motivo per cui la gente compra le uova di gallina e non quelle di anatra è che la gallina mentre le depone fa baccano, e aveva ragione.
È autore di quattro romanzi, due dei quali tradotti in 14 Paesi. Quanto della sua esperienza personale ritroviamo nei suoi libri?
Tanto, come per ogni altro scrittore. I romanzi sono la realtà vista attraverso gli occhi di chi scrive, e io non faccio eccezione.
In Seppellitemi in cielo mi mettevo nei panni di un ispettore di polizia rude e solitario com’ero io a quei tempi, impegnato in un’indagine che si rivelerà metafora di una delle regolarità che mi hanno più colpito nella vita (non svelo quale).
Il bambino che torna da lontano ruota intorno alle difficoltà di dialogo fra genitori e figli, una costante che ho patito molto nella mia adolescenza come figlio e negli anni più recenti come padre.
In Due vite una ricompensa, attraverso un affresco storico plurisecolare, mostro una delle più profonde e amare leggi dell’esistenza umana, ossia che se da un lato non è vero in assoluto che chi la dura la vince, dall’altro è sempre vero che un sacrificio onesto e amorevole lascia un segno, per quanto eventualmente diverso dall’intento originario, come un seme che porta frutto ai posteri e non a chi lo ha piantato.
Nel suo libro autobiografico Crossdresser – Stefano e Stefania, le due parti di me affronta il tema dell’identità e della libertà personale. Quale messaggio vorrebbe trasmettere a chi teme il giudizio degli altri?
Il messaggio è solo uno: siate voi stessi, a qualsiasi costo. Chi vorrebbe impedirvelo non ce l’ha fatta e sta vendicandosi su di voi. Non glielo permettete. Mai.

Commenti