Doriana Leondeff

DORIANA LEONDEFF: SCRIVERE IL CINEMA TRA ITALIA, BULGARIA E MEMORIA

Dopo il David di Donatello per Pane e tulipani, la sceneggiatrice torna al centro dell’attenzione con Le assaggiatrici, film di Silvio Soldini premiato nel 2026 per la Miglior sceneggiatura non originale e con il David Giovani.

Sceneggiatrice tra le più raffinate del cinema italiano contemporaneo, Doriana Leondeff porta nella sua scrittura uno sguardo attraversato da culture diverse. Di origini bulgare da parte di padre, ha costruito un percorso artistico capace di unire memoria, identità e attenzione profonda alle vicende umane.

Il suo nome è legato in modo particolare alla collaborazione con due registi: Carlo Mazzacurati (L’amore ritrovato, La giusta distanza, La passione, La sedia della felicità) e Silvio Soldini, insieme al quale ha firmato film come Pane e tulipani, Le acrobate, Agata e la tempesta, Giorni e nuvole e Le assaggiatrici. In quest’ultimo film, tratto dal romanzo di Rosella Postorino, Leondeff affronta una pagina drammatica della Storia attraverso il destino di donne costrette ad assaggiare il cibo destinato a Hitler. Un racconto di paura, sopravvivenza e responsabilità, che conferma la forza della sua scrittura e la sua capacità di dare voce a personaggi femminili complessi.

In questa conversazione con Il Velo di Maya MAGAZINE, Doriana Leondeff riflette sul nuovo riconoscimento, sul legame tra cinema e identità, sulla sua vocazione per la sceneggiatura e sul rapporto profondo con la Bulgaria.

Ventisei anni dopo il David di Donatello per Pane e tulipani, come accoglie questo nuovo riconoscimento per Le assaggiatrici?

Con gioia. E con la stessa emozione della prima volta. Pane e tulipani nasceva da un’idea originale, Le assaggiatrici è tratto da un romanzo. Due esperienze diverse, due scommesse vinte in modo del tutto inatteso. Pane e tulipani, un piccolo film uscito in 16 copie, è diventato un film di culto grazie al passaparola, all’apprezzamento del pubblico. Una commedia, sebbene un po’ atipica almeno rispetto alla tradizione della commedia all’italiana, ma sicuramente un film di più facile accesso rispetto a Le assaggiatrici. Un film storico, ambientato in un periodo molto frequentato dal cinema anche recente, che ha avuto un riscontro inimmaginabile. Il David Giovani per me è stata una soddisfazione ancora più grande di quello alla sceneggiatura.

Pane e tulipani racconta la libertà di ricominciare, mentre Le assaggiatrici parla della sopravvivenza in un clima di paura. Vede un legame tra questi due film?

Sinceramente non ci avevo pensato, ma riflettendoci un legame c’è ed è da cercare nel  mondo femminile al centro di entrambe le opere. Rosalba, la protagonista di Pane e Tulipani, è una casalinga che in un’età in cui di media i giochi sono fatti, fugge dalla sua vecchia vita per reinventarsene una nuova. Questa chance a Rosa Säuer, la protagnista di Le Asseggiatrici, è negata, la Storia le ha assegnato un ruolo a cui non può sottrarsi ma alla fine anche lei riesce a fuggire dall’orrore, sale su un treno che la porterà verso un futuro ignoto in cui tuttavia lei rimarrà sempre una sopravvissuta.

Quando ha capito che il cinema sarebbe stato il suo modo di raccontare le vicende umane, e perché ha scelto la sceneggiatura come suo linguaggio?

Dopo la maturità classica non avevo per niente le idee chiare sul mio futuro così, approfittando del fatto di essere andata a scuola a cinque anni, mi sono presa un anno sabbatico. L’ho trascorso a Londra che in quei primi anni 80 era una città incredibile, almeno per me che venivo da una provincia del Sud, e ricca di fermenti. Ho lavorato come cameriera e mi sono iscritta a un college per imparare l’inglese. Il caso ha voluto che questo college fosse vicino alla London Film School. Ho conosciuto degli studenti che la frequentavano e sono diventata amica di una ragazza iraniana che studiava regia. La LFS aveva un carattere molto pratico, gli allievi dovevano scrivere corti, girarli e montarli con ritmi serrati e così lei, sapendo della mia passione per la scrittura, mi chiese di darle una mano.

Non dimenticherò mai l’emozione provata vedendo le parole scritte trasformate in immagini in movimento sul grande schermo. La scintilla è nata lì.

Che cosa porta con sé della sua parte bulgara: sensibilità, memoria o un modo particolare di guardare il mondo?

Nel primo film scritto con Soldini, Le acrobate, c’era il personaggio di Anita, una vecchia donna bulgara che viveva un po’ come una barbona in una casa piena di ricordi. Unico affetto: il suo gatto. Un giorno questo gatto muore e lei chiede a Elena, la donna con cui fortuitamente è entrata in contatto, di accompagnarla a seppellirlo. Lei ha la macchina e la vecchia vuole andare lontano dalle case. Ma Anita non è mai contenta, nessun posto sembra quello giusto. Finché a un certo punto indica una betulla bianca e solitaria in mezzo al grigio uniforme della campagna invernale. E dice: lì. Seppelliscono il gatto sotto la betulla, poi Anita spacca una mela in due perfette metà e ne offre una a Elena. Alla fine di questa piccola cerimonia Anita regala a Elena una martеnitsa per ringraziarla e le racconta la storia di quel fiocchetto bianco e rosso che per noi ha il significato che sappiamo. Ho detto noi e quindi credo di avere risposto alla sua domanda.

Che cosa ama di più della Bulgaria?

Mi piace sedermi al tavolino di un caffè per strada e guardare la gente che passa. Un miscuglio di razze e culture in un punto d’incontro millenario tra Oriente e Occidente. E poi amo quel suo essere un piccolo Paese – come diceva Radickov – ma con  grande cuore e un vasto orizzonte (questo lo dico io).

Che cosa possono donarsi l’Italia e la Bulgaria attraverso il cinema?

Il cinema italiano in Bulgaria è molto amato. In Italia invece il cinema bulgaro – e la Bulgaria in generale – sono ancora poco conosciuti. Ma spero che arrivino presto sorprese che facciano ricredere la gente sfatando un po’ di cliches negativi: il parlamento bulgaro, l’ombrello bulgaro, la pista bulgara. Luoghi comuni che hanno fatto il loro tempo, direi.

Ha una frase che La guida nella vita e nel lavoro?

Ne ho due: ciò che non ci distrugge ci fortifica. E niente di ciò che è umano mi è estraneo.

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