MARCO CURINA: COLLEZIONARE SIGNIFICA CREDERE NEL DOMANI
Un percorso tra arte e impresa, dove il collezionismo diventa dialogo, scoperta e sostegno alle nuove generazioni di artisti.
Marco Curina, imprenditore e collezionista, ha trasformato la propria passione per l’arte in un progetto culturale orientato alla ricerca e al sostegno delle nuove generazioni di artisti. Con la collezione sostiene artisti emergenti e mid-career attraverso acquisizioni, premi, residenze e collaborazioni con istituzioni, fiere e gallerie internazionali.
Negli anni ha sviluppato un’attività costante a fianco del sistema dell’arte, promuovendo progetti e iniziative in diverse città europee, tra cui Torino, Verona, Barcellona, Madrid e Marsiglia. Curina promuove un approccio al collezionismo inteso come strumento di dialogo, scoperta e valorizzazione delle pratiche artistiche contemporanee, contribuendo attivamente alla crescita e alla visibilità della scena internazionale.

Come è nato il suo primo interesse per il collezionismo?
Ho sempre collezionato. Non solo arte, ma orologi, oggetti rari, pezzi che raccontano una storia. Il collezionismo, credo, nasca da una predisposizione quasi ancestrale. Per me è iniziato come un istinto, prima ancora di diventare un metodo. Collezionare significa riconoscere qualcosa che ti appartiene ancora prima di possederlo.
Quanto il suo spirito imprenditoriale ha influenzato il modo di collezionare?
Moltissimo. Chi fa impresa impara a leggere il contesto prima degli altri, a intuire dove si concentrerà l’energia — e questo vale anche nell’arte.
Ho sempre guardato una collezione come si guarda un portafoglio strategico: con visione di lungo periodo, tolleranza al rischio e la capacità di credere in qualcosa quando ancora non tutti lo vedono.
L’imprenditore e il collezionista, in fondo, condividono la stessa scommessa sul futuro.
Quanto conta circondarsi di bellezza per pensare e lavorare meglio?
Non si tratta solo di bellezza — quella sarebbe una lettura riduttiva. Si tratta di curiosità, di esposizione continua alla contemporaneità. L’arte che ho scelto di collezionare non solo e non sempre mi decora la vita: me la interroga. Un’opera che ti mette a disagio, che non capisci subito, che ti costringe a tornare — quella è la più preziosa. È un allenamento del pensiero laterale che nessuna scuola insegna.

Nelle decisioni difficili si fida più dell’analisi o dell’intuito?
Dell’intuito, quasi sempre. Ma un intuito che si è guadagnato sul campo. Dopo più di vent’anni di collezione, il gusto diventa uno strumento raffinato — non nasce per caso, si forma con esposizione, costanza, errori. Detto questo, l’analisi non la trascuro mai: studio quotidianamente la programmazione delle gallerie internazionali, seguo le fiere, leggo. L’intuizione funziona meglio quando è nutrita bene.
Arte e impresa: cosa hanno in comune?
Entrambe vivono di visione e di coraggio. L’artista e l’imprenditore partono da un foglio bianco — o da un mercato che non esiste ancora — e scommettono su qualcosa che gli altri non riescono ancora a vedere. In entrambi i casi, il risultato non dipende solo dal talento: dipende dalla tenuta, dalla capacità di attraversare il dubbio senza abbandonare la direzione. Anche per questo oggi sto sviluppando una parte delle mie attività in Bulgaria.
È un Paese che sta vivendo una fase di crescita particolarmente interessante, capace di offrire opportunità concrete in termini di investimenti e accesso alle risorse. A questo si aggiunge un contesto favorevole per chi fa impresa: servizi di alto livello, infrastrutture in continua evoluzione e costi ancora competitivi.
Ha una frase che la guida nella vita?
Una sola è difficile. Ma se devo sceglierne una, è questa:
Non possedere per accumulare, ma per costruire un’eredità di valori da trasmettere ai propri figli.
Vale per l’arte, vale per il business, vale per le persone che scelgo di avere vicino. Il valore di ciò che tieni non si misura da quanto vale, ma da ciò che lascia a chi verrà dopo di te.

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