OLTRE IL VELO – TESTIMONIANZE
L’Africa terra di conquista (e scorrerie) Per l’Occidente “prosperoso”

L’Italia negli ultimi sessant’anni è sempre stata il crocevia di molteplici flussi migratori, sia in entrata che in uscita. Il ricordo dei barconi provenienti dai Paesi della ormai ex Jugoslavia è quanto più vivido negli occhi di chi è nato negli anni sessanta e settanta, e ancora oggi i risultati di quelle traversate si possono constatare agilmente facendo un giro lungo la costa adriatica, dove vi sono intere comunità nelle quali da anni convivono pacificamente italiani e persone di origine slava.

Le ondate migratorie che stiamo subendo negli ultimi quindici anni però si differenziano per almeno due caratteri: il primo è rappresentato dal massiccio aumento quantitativo dei migranti e il secondo dal fatto che i movimenti in uscita dall’Africa ci mettono di fronte ad una serie di responsabilità che noi, come del resto tutto l’occidente, non possiamo più ignorare. Cambiano i tempi, ma la storia si ripropone ingombrante, e le colpe delle nazioni europee bussano alla porta della nostra consapevolezza con costanza e tenacia. E’ giusto però non guardare sempre al passato anche con irritazione, che sfocia in taluni casi nell’odio, e affrontare il presente con responsabilità e coscienza di causa. Nonostante quindi la storia ci attribuisca degli obblighi nei confronti di quelle popolazioni che per secoli abbiamo cercato di rendere le nostre succursali minerarie ed economiche in generale, le istituzioni devono continuare a rendere onore al patto sociale stipulato con i cittadini e garantire sicurezza, ordine e stabilità. E se dunque c’è anche una minuscola possibilità che i flussi migratori rappresentino un pericolo per la salvaguardia degli italiani, è giusto che si impongano delle regole per un controllo responsabile del fenomeno. Fino a qui siamo tutti più o meno d’accordo.

Quelle differenze culturali

La faccenda si complica quando risulta evidente che il minimo comun denominatore di questi passaggi è il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo, e in tempi in cui la coperta si fa sempre più corta, per alcuni appare difficile non commettere violazioni in questo senso. “La tua libertà finisce dove inizia la mia”, recitava Martin Luther King, e quindi fin dove siamo disposti ad arrivare per far valere la nostra libertà di vivere senza preoccuparci minimamente per la nostra incolumità? Siamo disposti a respingere masse di uomini, donne e bambini in evidente stato di pericolo per paura che tra di loro si possa nascondere una fisiologica, e non patologica in quanto comune ad ogni comunità umana, quantità di soggetti propensi ad atti criminosi? Crediamo davvero che sia giusto negare un futuro lontano da discriminazioni sociali e religiose a intere generazioni per paura di non riuscire ad arginare le loro differenze culturali e quindi di venire lentamente ed inesorabilmente prevaricati da usi e tradizioni così distanti dalle nostre? Perché sì, bisogna guardarsi allo specchio e ammettere a se stessi che le grandi decisioni prese in questo campo sono quasi sempre mosse dalla paura. Come ad esempio la paura di dover un giorno rendere conto all’umanità di quel mercato di armi e pietre preziose di cui l’Africa rappresenta un tassello fondamentale per tutto l’occidente.

Tornando a noi, è ormai chiaro l’indirizzo che l’Europa intende seguire: non siamo più disposti ad interpretare il ruolo della terra promessa, del giardino dell’Eden, ma siamo ben propensi a contribuire alla rinascita di un intero continente, e perché questo avvenga il rispetto dei diritti umani talvolta può passare in secondo piano. C’è da immaginarseli i fantastici “gerarchi” di Bruxelles e Strasburgo intenti a spremersi le meningi, alla ricerca di una formula con la quale presentarsi alle porte degli Stati-chiave africani per stringere intricatissimi patti bilaterali, il tutto per portare a una graduale diminuzione degli approdi sulle coste europee, seguitando però a garantire che la stessa Africa continui ad essere la dispensa di risorse e minerali, dispensa che da secoli è per l’intero mondo cosiddetto sviluppato. E proprio questo sta succedendo: l’Europa, anche tramite Federica Mogherini, alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, sta creando una cintura di Stati alleati per trattenere nel continente i potenziali richiedenti asilo e gli eventuali “migranti economici”, locuzione usata a livello istituzionale per identificare tutta quella fetta di umanità che va da chi scappa dalla più profonda e sudicia povertà a chi cerca lavoro in una nazione economicamente più avanzata. Non importa quali siano i governi con cui si stringono alleanze; non importa se la mano stretta è quella del dittatore sudanese Omar Hasan Ahmad al-Bashir che, dopo essere stato condannato nel 2009 dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, non può lasciare il suo Paese senza essere arrestato, e dopo le abominevoli atrocità commesse nel Darfur probabilmente non può lasciare neanche il nord del Sudan; non importa se la mano stretta è quella dei comandanti della polizia libica o delle autorità provinciali locali, ormai apertamente responsabili delle più spaventose violazioni di diritti umani nelle carceri.

Un grande lager disorganizzato

D’altronde come può l’Unione Europea essere così selettiva nei suoi rapporti diplomatici se neanche l’Onu negli anni ha saputo imporsi o anche solo prendere le distanze da Stati come l’Arabia Saudita che fa il buono e il cattivo tempo su popoli come quello yemenita a suon di dollari e galloni di petrolio? Come può l’Onu controllare che non vengano violati i diritti umani dei detenuti in Libia se, come hanno testimoniato numerosi operatori umanitari, tramite l’operato di Frontex già da tempo si è tacitamente schierata con la guardia costiera nazionale per riportare i migranti in quelle gabbie che, a quanto pare, neanche al-Sarraj e Haftar hanno mai potuto visitare, visto che ignorano che siano teatro di innumerevoli e costanti barbarie? La risposta è semplice: non può. Si sta creando il più grande lager disorganizzato della storia dell’umanità, grande come un continente intero e protetto su ogni fronte da milizie e guardie armate, e tutto questo grazie a una serie di accordi diplomatici e ad un sistematico scambio di denaro in uscita dall’Europa, cosa alla quale l’Unione ci ha già abituato dai tempi dello scabroso accordo con Erdogan che, in breve, prevedeva che per ogni migrante che sarebbe tornato nella penisola anatolica dalla Grecia, la Turchia avrebbe mandato un profugo siriano nell’Ue. Tutto questo in cambio non solo di denaro ma anche di una sostanziale accelerata nel processo di adesione della Turchia all’Unione europea. Il potere contrattuale delle nazioni africane è ovviamente molto più basso rispetto a quello del presidente turco, infatti i circa 1,8 miliardi di euro stanziati di recente dalla Commissione europea per il continente nero, a cui ne sono stati aggiunti altri 500 milioni, non si avvicinano neanche lontanamente ai 6 miliardi di euro destinati alla sola Turchia. Quello che poi dovrebbe essere un incentivo per una crescita economica e strutturale di questi Paesi può essere facilmente interpretato come un ricatto bello e buono tramite la logica della condizionalità negativa: praticamente se fai quello che ti dice l’Europa, l’Europa ti darà i soldi pattuiti, altrimenti non ce n’è per nessuno. Quella che i più chiamano “esternalizzazione delle frontiere” consiste proprio in una serie di dettami e procedure a cui alcuni Paesi, considerati chiave perché si trovano nel bel mezzo delle rotte migratorie, devono attenersi per ricevere gli stanziamenti previsti. Parliamo, tra le altre cose, della nascita di veri e propri hot spot militarizzati, dotati di controlli biometrici e foto-segnalazioni, e coperti da milizie addestrate e certificate in Europa, come nel caso della Libia che spessissimo manda i suoi soldati ad essere istruiti in Italia. I più maliziosi potrebbero pensare che non riuscendo ad amministrare il fenomeno delle migrazioni l’Europa stia davvero cercando di estendere i suoi confini istituzionali per avere una sorta di controllo giurisdizionale indiretto su gran parte dell’Africa tramite stati satellite come il Niger. Proprio il Niger ha un ruolo centrale anche in un sistema avanguardistico che l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni sta sperimentando come ulteriore mezzo per reprimere le migrazioni di massa.

Come da accordi, il governo nigerino offre infatti alle persone in transito la possibilità di fermarsi a lavorare come agricoltori, in modo da dissuaderli dal continuare la loro marcia. Il patto prevede che lo stato faccia rispettare il divieto di organizzarsi in gruppi per partire alla volta della Libia, cosa che costringe i migranti ad incontrarsi nel deserto e a studiare nuove rotte, alternative e infinitamente più pericolose. Inoltre il governo locale si è impegnato a registrare tutte le persone che attraversano il paese così che ognuno di loro risulti transitato dal Niger e, dunque, in stretto legame con il Niger stesso, prerogativa che per la comunità internazionale è sufficiente a dichiarare quella nazione una meta plausibile per un eventuale rimpatrio. In altri termini: se sei un migrante e transiti per uno Stato, secondo gli organi istituzionali internazionali tu hai stretto un legame così forte con quel Paese da poterci tornare senza correre alcun pericolo. E’ successo con la Turchia e succederà con molte altre nazioni, così da creare una schiera di paesi terzi nella quale rimpatriare le persone che arrivano illegalmente in Europa. Se poi una nazione africana ha il piacere di ospitare gli operatori di UNHCR sul proprio suolo, allora ha proprio tutti i requisiti necessari per essere scelta come meta priva di pericoli e nella quale non c’è paura che i diritti umani siano violati, in quanto il compito dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati è proprio quello: garantire la sicurezza dei profughi e dei rifugiati.

Il diritto internazionale completamente eluso

Arrivati fino a questo punto qualcuno potrebbe chiedersi come facciano le Nazioni Unite a permettere questo sistema di contenimento e rimpatri criminosi in posti dove la sicurezza delle persone è in costante rischio senza violare il diritto internazionale. Secondo l’avvocato Salvatore Fachile, ricercatore giuridico e coordinatore scientifico di progetti in ambito nazionale ed europeo dedicati alla tratta internazionale di esseri umani e al diritto dell’immigrazione, è la natura di questi accordi a costituire il vero nocciolo della questione. Infatti, trovandoci di fronte sempre più spesso a patti informali, come nel caso della Turchia, o a patti di polizia, cioè tra comandanti delle rispettive forze dell’ordine come nel caso del Sudan, il diritto internazionale viene completamente eluso, aggirato, e gli accordi sono validi nonostante non siano mai passati da un’approvazione parlamentare. Tutta questa rete di accordi bilaterali e questo scambio di denaro e tecnologie, a detta della Mogherini, non va assolutamente confuso con il piano di investimenti e sviluppo che l’Europa ha in serbo per l’Africa, e i 20 miliardi di dollari l’anno che, secondo l’European External Action Service, sarà speso per il continente in questione insieme a circa altri 44 miliardi di dollari di fondi privati che la stessa Mogherini ha annunciato che saranno resi disponibili per la crescita economica di questi Paesi nei prossimi mesi, e non servono a creare un mercato parallelo grazie al quale togliere quello europeo dalla stagnazione in cui si trova ormai da tempo.

Insomma, tutti ci tengono a sottolineare che non ci troviamo al cospetto di un nuovo piano Marshall e che un progetto per l’Europa già c’è e non include il coinvolgimento di altre realtà, ma è vero anche che gli interessi di Francia, Germania e Italia in Africa sono tanti, soprattutto quando parliamo di import-export di armamenti. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute nel 2014 l’Italia ha venduto più di 300 milioni di dollari di armi tra Algeria, Turchia, Chad, Marocco e Mauritania, e nel 2016 le esportazioni sono cresciute di più dell’80% rispetto all’anno precedente. Insomma, questo commercio sembra proprio non volersi arrestare, anzi tutt’altro. E molti credono che in questo calderone di armamenti bisognerebbe aggiungerci quelli che Paesi come la Libia acquistano per respingere i migranti, spacciando la loro destinazione per sicurezza nazionale. Ecco a cosa ci stanno portando attualmente le precauzioni studiate dalle istituzioni europee e mondiali per far fronte a questa crisi migratoria.

Tutto questo poi va inserito in un contesto più circoscritto, nazionale, italiano, in cui se anche il famoso patto sociale che ognuno di noi alla nascita stringe con lo stato che lo accoglie alla vita viene rispettato per quanto riguarda la sicurezza fisica dei cittadini, lo stesso accordo viene spesso violato sul piano della stabilità e della sicurezza economica tramite pratiche del tutto illegali, quali la corruzione, l’evasione fiscale, l’abusivismo edilizio o la criminalità organizzata. Siamo sicuri che stiamo guardando dalla parte giusta e che non siamo vittime di un immenso gioco di prestigio? Quando ci lamentiamo, sappiamo davvero con certezza di lamentarci di cose che contano davvero nella vita della nostra comunità? Sappiamo sempre trovare la fonte dei nostri problemi? Evidentemente no.

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