PAOLO VIVIAN E LA MEMORIA COLLETTIVA COME LIBERTÀ

L’artista trentino torna a Sofia con “Dindele Dondele Campanò”, una mostra nata da una performance nel suo paese natale. Tra suono, memoria e riflessione, Vivian invita il pubblico a meditare sui tabù e sulle libertà del nostro tempo

Dalla Valle del Fersina al mondo, Paolo Vivian ha costruito un percorso artistico che attraversa confini, linguaggi e culture. Scultore, performer e videoartista, la sua ricerca indaga la memoria collettiva, l’identità e la relazione tra individuo e società.  Fondatore della rete internazionale sKulturclub, Vivian ha esposto le sue opere in numerosi Paesi europei, in Cina, negli Stati Uniti e in America Latina, partecipando a festival, simposi e progetti curatoriali di rilievo. Vincitore di diversi premi per la scultura e l’arte contemporanea, tra cui il prestigioso Premio Suzzara, vive e lavora a Trento. A Sofia, dove espone per la seconda volta presso HostGallery, l’artista presenta la mostra dal titolo “Dindele Dondele Campanò”, inaugurata lo scorso 30 settembre 2025. Qui Vivian assume il ruolo di campanaro per riscoprire un suono che, un tempo, scandiva la vita delle comunità e oggi diventa metafora di libertà, riflessione e spiritualità.

Paolo, la mostra arriva a Sofia dopo aver toccato altre città europee. Cosa porterà al pubblico bulgaro?

Una storia come “Dindele Dondele Campanò” è intrisa di ricordi, di sottomissioni e rivalsa, di un bambino/ragazzo educato a obbedire sempre e quindi, a trasgredire di nascosto. La conquista del campanile era inconsciamente, una trasgressione autorizzata. Il popolo bulgaro ha vissuto l’esperienza della cortina di ferro, della repressione, un mondo diviso a metà dove da una parte sembrava l’inferno e dall’altra il paradiso. Le libertà individuali erano sempre sotto controllo o non esistevano. Immagino un sentimento simile, (senza voler fare paragoni) a quello che provavo io da bambino prima di salire sulla torre.

 

All’inaugurazione della mostra “Dindele Dondele Campanò” a Sofia: l’artista Paolo Vivian con la curatrice Dora Bulart e la direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura, Maria Mazza.

Devo dire che un altro suo progetto, “Memoria del minatore – Gadenk van Knopp”, mi ha colpito molto. In quest’opera lei ci conduce nel cuore della storia mòchena e di quei canopi – i minatori di origine bavarese e boema che scavarono le montagne trentine nel Medioevo. Cosa significa raccontare quella memoria collettiva attraverso l’arte?

Come per altre opere con un tema preciso, mi documento molto prima di iniziare un progetto, arrivando quasi ad immedesimarmi nei personaggi e nelle loro storie. Come nel totem che ho realizzato a Milin in Boemia, “Domestiche memorie in cammino” dove volevo portare la memoria dell’esodo dei Trentini durante la guerra ’15 / ’18. Ho cercato libri e persone che mi aiutassero a conoscere queste vicende. Un episodio mi ha toccato direttamente, la mia nonna materna mi raccontava di lei e della sua mamma esodate in Moravia, lei 12 anni e la mamma 33, la quale morì durante l’esilio.

Anche per il Minatore ho fatto una ricerca in biblioteca e nei musei fino a che non mi sono sentito pronto per realizzare l’opera. Doveva essere un richiamo per la miniera di Palù del Fersina e doveva ricordare queste persone, che lavoravano in angusti cunicoli, per sostenere la famiglia, e per arricchire principi e vescovi. Ho costruito la figura in ferro perché volevo rimanesse nel tempo, il cubo sotto il piede destro è un contenitore di memoria, il braccio sinistro indica la miniera dall’altra parte del torrente, la destra tiene in mano il piccone e in una gabbia c’è un uccellino. In mancanza di ossigeno o fughe di gas in miniera, l’uccellino avrebbe dato segni di malessere allarmando cosi i minatori.

Questa opera è anche un monumento al lavoro manuale, ormai sempre meno praticato. Ho voluto lavorare da solo e riuscire a farcela, per sentire la fatica, entrare in empatia con il dolore e il coraggio di quegli uomini. Ho ricevuto l’incarico dal comune di Palù del Fersina, all’interno di un progetto più vasto di riqualificazione della miniera e della sua promozione, culturale e turistica.

A sinistra, l’opera “Memoria del minatore – Gadenk van Knopp”; a destra, “Domestiche memorie in cammino”

L’arte, oggi, sembra oscillare tra il bisogno di autenticità e la pressione del mercato. Che cosa direbbe a un giovane artista che sta cercando la propria voce?

Vediamo come molti, troppi “artisti” siano quasi sempre allineati al pensiero dominante e non invece, come credo dovrebbe essere nella missione dell’arte, avere un atteggiamento critico e vedere oltre le apparenze. Ormai un Influencer si considera artista ed è anche usato dal sistema dei media mainstream. I consigli li darei a chi me li chiede, ma pochi giovani sono propensi a farlo. Rivolgendomi a quei pochi che hanno l’Arte dentro, direi di essere sinceri con loro stessi, di sperimentare e di non sentirsi mai arrivati. Di non sentirsi meno artisti se per vivere devono fare un altro lavoro, anzi… non dover vivere di arte ti permette di fare la tua arte. Mi piace la modestia dei forti, anche se non nego che ci vuole un discreto Ego per fare arte.

 

www.paolovivian.it

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