Ma a chi interessa davvero l’innovazione?

Gli investimenti in questa direzione in funzione della qualità delle tecnologie

di PAOLO GILA

Fino a qualche anno fa l’imperativo era investire in innovazione. Che l’azienda fosse grande, media o piccola, la sostanza non cambiava. Il processo di digitalizzazione richiedeva un’accorta sensibilità da parte di tutti gli imprenditori. Mano a mano che le nuove tecnologie sono avanzate, si sono strutturate e diversificate, è nata una nuova dimensione imprenditoriale: quella delle start-up, ovvero le nuove aziende innovative impiantate su un’idea ma desiderose di crescere potenzialmente fino all’inverosimile. Il mondo delle app, dei servizi a distanza, dei pagamenti digitali, delle telecomunicazioni e, in ultimo, della blockchain e delle criptovalute, hanno portato un’ulteriore vitalità che ha spinto l’attenzione verso nuovi scenari. A ciò si aggiunga l’enorme progresso nel campo della genomica, delle biotecnologie, dei cloud system, della robotica industriale, della stampa 3D. Fino alla famigerata Industria 4.0. Di fronte a questa foresta dove imprese e tecnologia concorrono a creare sempre più nuovi operatori, jont-ventures, spin-off, chi può dire di non volere investire in innovazione tecnologica? Non c’è settore della vita economica che non sia stato impattato dal cambiamento. Pertanto è urgente un passaggio culturale e disciplinare di notevole spessore. Infatti, da qui ai prossimi anni sarà necessario non tanto e non solo valutare la propensione degli imprenditori verso l’innovazione, che appare scontata, quanto misurare la qualità dei loro investimenti. E serviranno competenze adeguate e aggiornate per rispondere alle domande del tipo: quali saranno le tecnologie che si affermeranno e su cui le aziende dovranno davvero puntare? E conseguentemente, quale azienda ha fatto le scelte giuste rispetto al futuro che avanza? E quale impresa acquisirà maggiore valore? Sono tutti problemi che attengono da una parte all’emergente ruolo del responsabile aziendale dell’innovazione e dall’altra del valutatore o certificatore della capacità innovativa. In particolare, mentre il primo ruolo sarà deputato a scegliere metodi e tecnologie all’interno della stessa impresa in cui opera, il secondo sarà invece deputato a misurare dall’esterno la bontà delle scelte operate. Una funzione che sarà ben pagata dagli investitori (come fondi di private equity, ma non solo) per decidere su quali cavalli puntare. Come a dire che in futuro l’innovazione interesserà più gli investitori che gli imprenditori. Almeno così adesso pare.

Potete scaricare gratuitamente il report da questo link.

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