PERCHÉ IL “MADE IN ITALY” È IN VENDITA

Nella scelta di alcuni imprenditori le questioni fiscali e burocratiche
PERCHÉ IL “MADE IN ITALY” È IN VENDITA

CREATIVITA’ – La maison Versace ceduta a Michael Kors, ma la creatività è un bene tipicamente “made in Italy”.

di PAOLO GILA

Il gruppo di moda italiano Versace ceduto per oltre 2 miliardi di dollari al marchio statunitense Michael Kors è solo l’ultimo caso, in ordine di tempo, di un brand che smette di indossare il tricolore preferendo la bandiera a stelle e strisce.

Non ci si illuda, seguiranno altri casi, altrettanto significativi e vistosi, in diversi settori. A numerosi progetti di acquisizione stanno lavorando alacremente famosi studi di tributaristi e accreditate società di consulenza che hanno fiutato il vento. Il made in Italy – almeno una parte di esso – è in vendita. Si stanno cercando compratori credibili e generosi, disposti a manifestare intenzioni. Il resto si discute in salotti riservati.

E’ un segno dei tempi che avanzano. Per l’incertezza generale, per paura o per bisogno – precisa un noto tributarista milanese che chiede di mantenere l’anonimato – dal mese di settembre le richieste di trovare compratori a marchi celebri italiani sono triplicate. Stiamo assistendo a un boom di lavoro che non abbiamo mai visto”. Le ragioni sono molteplici, ma non si deve accantonare la questione fiscale e burocratica. Un gruppo che viene ceduto a un partner estero porta la sede legale in un altro Paese, dove esiste un’altra modalità di gestione, un diverso rapporto col fisco, un’altra certezza del diritto e spesso tasse meno pesanti. Così un imprenditore che in Italia detiene il cento per cento di una società può vendere la maggioranza a un gruppo estero e trovarsi socio di minoranza, ma in una nuova cornice di amministrazione, contabilità e tassazione più favorevole.

A conti fatti, tra il capitale incassato per la vendita della maggioranza delle quote e magari gestito come patrimonio (all’estero) e gli utili derivanti dallo stacco dei dividendi di azioni (quotate all’estero), la redditività risulta superiore a quella attualmente in essere.

Tutto ciò è la via traversa di un processo innovativo che altrimenti sarebbe lungo e dispendioso: piuttosto che fare un salto di qualità organizzativo e investire sul proprio modello aziendale per risultare più competitivi, ma con esiti lunghi e incerti, alcuni imprenditori preferiscono la strada laterale e vendere la maggioranza silenziosamente al miglior offerente, possibilmente in tempi brevi, per assicurare la sopravvivenza e l’espansione del marchio e dell’attività.

Così il made in Italy esce dall’Italia, in punta di piedi.

 

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