Innovazione, parola (ab)usata dalla politica. Isolata nella realtà

Sono molteplici le aree tecnologiche in fase di sviluppo, un’evoluzione ignorata dal mondo istituzionale
Innovazione, parola (ab)usata dalla politica. Isolata nella realtà

di PAOLO GILA

In campo politico e mediatico – lo sperimentiamo ogni giorno – c’è un grande utilizzo, quasi un abuso, della parola “innovazione”. Come se questa fosse una entità separabile dal contesto delle relazioni reali. Innovare richiede la capacità di connettere le idee tra loro e queste con la realtà, sia essa naturale come l’ambiente, sia essa artificiale come ad esempio il capannone industriale.

A rigor di logica si dovrebbe dunque parlare di “innovazioni”, al plurale, proprio per mettere in evidenza la grande potenzialità poliformica del pensiero e dell’agire, che sono prima di tutto sempre e solo umani.

A ben guardare non è una questione di poco conto, perché in sostanza l’innovazione tecnologica si avvale di contesti disciplinari e di ambienti specifici dove viene sviluppata e applicata. A livello internazionale – tra i maggiori studiosi di innovazione – si è diffusa la convinzione che nei prossimi anni i trend più significativi in campo economico saranno dettati dagli sviluppi delle conoscenze in queste quattro aree tecnologiche: 1) genomica e biotecnologie, 2) nanotecnologie e scienza dei materiali, 3) information technology e telecomunicazioni, 4) robotica e intelligenza artificiale. Questi sono gli indirizzi che vengono segnalati e descritti da eminenti studiosi come gli assi portanti dell’evoluzione sociale.

Bene, se queste sono le tendenze in atto e le direttrici più significative lungo le quali sarà costruito il nostro futuro, perché la politica non si esprime e non indica una precisa visione di investimenti verso queste aree che sono insieme disciplinari e economiche? Da che cosa vogliamo far dipendere il futuro del nostro Paese, che quest’anno ha il vanto e l’onore di ricordare il 500esimo anniversario della morte di Leonardo da Vinci?

Manca un progetto “visionario” al nostro mondo istituzionale, che sembra barcamenarsi su aspetti marginali della vita sociale e lavorativa. Intanto mancano tecnici specializzati per l’industria 4.0. Mancano anche i medici per le strutture sanitarie e gli insegnanti nelle scuole. Dove crediamo che si possa andare, di questo passo?

 

 

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