Pensiero e linguaggio al tempo del Covid

Parole e insulsaggini nel periodo del Coronavirus

Da fine febbraio stiamo convivendo con un virus, il Covid-19, che ha alterato le nostre vite, le nostre dinamiche famigliari, le nostre certezze. Abbiamo vissuto un periodo buio di diffusione della malattia e di un’escalation del numero dei contagi. La curva epidemica, con le misure restrittive adottate, sta finalmente calando, contribuendo a restituirci parte di una nuova quotidianità dove, non solo il nostro modus operandi, ma anche il nostro pensiero si è modificato. L’interdipendenza tra linguaggio e pensiero è un tema fortemente dibattuto nella letteratura psicologica. Se dovessimo seguire la teoria del grande psicologo e pedagogista Lev Semënovič Vygotskij, secondo il quale il linguaggio è in grado di influenzare e trasformare il pensiero, potremmo chiederci come questo periodo, composto anche da nuove riscoperte terminologiche, possa aver influito sul modo di pensare. Da qui nasce l’idea di mettere nero su bianco e in ordine alfabetico ecco alcuni fra i termini maggiormente adoperati in questi tre mesi. Come avranno influito queste parole sul nostro modo di pensare?

Assembramento. Dopo un primo momento di smarrimento semantico, in cui la “r” veniva sostituita dalla “l” (quante volte abbiamo sentito “assemblamento?”), abbiamo capito che questo termine sarebbe stato fra i pochi ad accompagnarci nell’epoca covid e, soprattutto, in quella post-covid. Evitare dunque l’aggregazione, con la curiosità che ancora presenzia nelle nostre menti rispetto al numero che comporta l’etichettamento di un gruppo come un assembramento.

Applausi. A metà marzo, a seguito del lockdown, migliaia di persone hanno dedicato applausi e brevi momenti di ringraziamento al personale sanitario in prima linea durante l’epidemia. Da “Azzurro” all’Inno di Mameli, abbiamo tentato tutti di sentirci parte di un gruppo. Ci siamo fatti promesse, ci siamo sentiti piccoli o grandi eroi della resistenza, abbiamo pianto e ci siamo preoccupati. Ci siamo goduti il tempo diversamente, sbandierando tricolori in segno di un’unità più immaginaria che reale. Sì, perché mentre cantavamo “Nel blu dipinto di blu” con la bandiera italiana appesa sul balcone, diversi presidenti delle Regioni e cittadini comunicavano di voler tenere lontani i lombardi e i veneti: “Ci hanno sempre dato dei terroni ora non li vogliamo noi” (Cit.). Come si suol dire, la paura fa 90?

Avigan. Google Trends ci ricorda che il potere mediatico, sia esso riconosciuto ufficialmente in televisione, sia quello meno validato dei social, abbia decisamente effetto nella nostra ricerca di una soluzione ad un problema. Avigan, il cui nome generico è Favipiravir, è un farmaco antivirale, che sarebbe stato sperimentato da alcuni medici in Giappone come cura del Covid-19. C’è chi grida al complotto – “le case farmaceutiche vogliono arricchirsi”, “i giapponesi che non ci dicono la verità”, “troviamo valore scientifico dai post scritti sui social” –  e comunque anche questo antivirale è stato protagonista di accesi dibattiti e video virali, parrebbe quasi ironico l’aggettivo in questa circostanza, per poi essere rapidamente dimenticato dai più. Un po’ come l’ospite in casa: dopo tre giorni è il caso di congedarlo. Così anche l’Avigan.

La protezione civile

Bimbe di Conte. Succede anche questo. In epoca di quarantena il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte è diventato, per la gioia di molti, oggetto di ammirazione quasi come un divo di Hollywood. Un po’ per scherzo un po’ no nasce la pagina “bimbe di conte”, gruppo social che idolatra il look, il presunto fascino, e la presunta bravura di Conte. I post di questo gruppo ha spopolato e ha riempito le bacheche dei social. Un modo simpaticamente adolescenziale per appassionarsi di politica.

Comitato tecnico- scientifico. Sono stati i veri protagonisti della quarantena. Ogni giorno si attendevano i numeri comunicati dalla protezione civile e le relative indicazioni del comitato.  Una squadra di “tecnici” pronta a ponderare i rischi del virus e a decidere della chiusura parziale o completa della nazione. Un lavoro fondamentale, intenso, basato sull’osservazione dell’anomalo virus senza che ci fosse una letteratura sul tema pronta a supportarne le valutazioni. Un’immensa responsabilità per queste persone, forse troppe volte lasciate sole dalla politica.

Convivenza. Forzata, desiderata, mal gestita. Ci hanno chiesto di rimanere a casa e questo ci ha inevitabilmente fatto fare i conti con la nostra realtà, con quanto siano effettivamente stabili i nostri legami e quanto siamo bravi a gestire un’eventuale solitudine. La casa è spesso riconosciuta come “base sicura”, ovvero come quel posto che ci rasserena, che ci culla nella tranquillità: pensando a casa nostra stiamo spesso meglio, anche a migliaia di chilometri di distanza. Abbiamo però scoperto, o meglio, ri-scoperto, come questo non possa essere così per tutti, perché spesso si tratta di convivere con le proprie paure, in piccoli spazi con molte persone, a combattere per chi ha diritto a usare il pc o il bagno. Convivenza può anche generare o aumentare il conflitto, l’aggressività verbale e/o fisica. E così fondamentalmente nulla è cambiato quando tutto è cambiato, dietro l’indicazione “restate a casa” ognuno ha dovuto combattere ancora più consapevolmente le proprie battaglie, il cui risultato si potrà vedere tra qualche mese.

Congiunto. Nella fase di allentamento delle misure abbiamo scoperto che anche lo Stato ha riconosciuto il valore dei legami affettivi, dandoci la possibilità di riabbracciare – o quanto meno rivedere a distanza di sicurezza – i nostri famigliari, i nostri figli, i nostri mariti/mogli, compagni di vita. Da questo passaggio fondamentale per la restituzione di una vita semi-normale ne deriva il ramo indubbiamente ironico sul “cut off”, ovvero il limite, entro il quale una persona si possa definire congiunto (dal parente fino al sesto grado che non sapevamo esistesse, all’amante occasionale, difficile a dirsi). Con buona pace di carabinieri e militari al controllo delle nuove autocertificazioni.

Draconiano. Uno degli aggettivi che hanno contraddistinto maggiormente il carattere della notizia diffusa dai media. Qualsiasi scelta in ambito “Covid” era una scelta “draconiana”. Misure draconiane, numeri draconiani, scelte draconiane, chiusure draconiane. Inevitabile pensare che in tanti si siano chiesti chi fosse questo Dracone tanto menzionato e così riportato in auge. Aggettivo che con l’arrivo dell’estate e con la fase due è già stato riposto nei dizionari, il politico e primo giurista ateniese potrà dunque continuare a far parte della storia antica.

Docenti volontari

Didattica a distanza. Il mondo della scuola in questa epidemia è stato completamente (o quasi) dimenticato. Le scuole sono state chiuse in Lombardia, Piemonte, Veneto, Marche ed Emilia Romagna a fine febbraio, nelle altre regioni a seguito del lockdown del 9 marzo. Lezioni sospese. Prima fase di vacanza dovuta alla percezione che si trattasse di una sospensione temporanea, divenuta poi la sospensione più lunga di un servizio. Cosa è successo nel frattempo? Attivazione della celebre Dad – didattica a distanza. Nell’ottica in cui si possa pensare che ogni insegnante prosegua il proprio lavoro in modalità remota (con tutti i limiti del caso ovviamente) scopriamo che non esiste alcun obbligo per il docente di riattivare la didattica con gli alunni. Si alzano gli scudi dei sindacati, diversi docenti a titolo volontario annullano la propria vita privata per raggiungere e monitorare i propri alunni, altri restano “assenti giustificati”. Una modalità di gestire la docenza assolutamente poco meritocratico, in cui coloro che trascorrono 12 ore davanti al pc per continuare, in primis, una funzione educativa e di accoglienza verso gli studenti, è paragonato al docente che ha spento il cellulare il 21 febbraio, sostenendo che nel contratto non sia prevista la didattica a distanza. A tutto ciò viene messa una pezza dal 9 aprile (30 giorni dopo il lockdown, 45 giorni dopo la chiusura delle scuole nel nord Italia). Se infatti il dpcm del 4 marzo invitava i dirigenti scolastici ad attivare, nella più totale incertezza contrattuale dei docenti, la Dad, il decreto legge 22/2020 fugava qualsiasi dubbio: “In corrispondenza della sospensione delle attività didattiche in presenza a seguito dell’emergenza epidemiologica, il personale docente assicura comunque le prestazioni didattiche nelle modalità a distanza, utilizzando strumenti informatici o tecnologici a disposizione”. (art. 2, comma 3 del decreto legge 8 aprile 2020, n. 22). Ma in quarantacinque giorni le esigenze e i bisogni si sono evolute, gli alunni hanno avuto bisogno di mantenere i contatti con i propri docenti per sconfiggere la solitudine, per mantenere la propria routine, per sperimentare le proprie autonomie sapendo che l’insegnante è presente, non solo per insegnare a leggere-scrivere-far di conto, ma per sapere come sta, come trascorre le sue giornate, per far sapere che non è solo. In questo periodo siamo diventati tutti BES- Bisogni educativi speciali. Perciò un plauso vero a tutti i docenti e i dirigenti scolastici che, come soldati in trincea, hanno rischiato rappresaglie sindacali pensando agli interessi dei bambini, sprovvisti di sindacato.

Droplet. Ovvero le temute “goccioline” che diffondiamo a seguito di uno starnuto, di un colpo di tosse o anche durante l’eloquio ravvicinato. Quanti video di ricostruzione dei droplet abbiamo visto in queste settimane: quanto pesano, quali sono i droplet più minacciosi, quanto restano attivi. I cari vecchi plastici presentati in seconda serata da Bruno Vespa nella sua trasmissione “Porta a Porta” sono stati sostituiti da immagini computerizzate delle nostre goccioline, ricordandoci che, forse, le buone prassi igieniche sono proprio la base per tutelarci da quest’infezione e da molte altre.

Distanziamento sociale. Sembrerebbe quasi una nuova figura retorica, una nuova forma di ossimoro, e invece così è stato definito il confine entro il quale poter stare con gli altri. L’aggettivo “sociale” poteva essere forse sostituito da “fisico”, sarebbe parso forse meno anomalo, ma non puntualizziamo troppo pur sapendo che le parole hanno un valore ben preciso e bisogna sceglierle con cura.

Educazione. Dal latino educĕre, “tirar fuori”. Tutti in ogni ambito di vita personale e professionale abbiamo dovuto tirar fuori competenze e consapevolezze di prevenzione e di cura per l’altro. L’educazione è alla base di qualsiasi progresso evolutivo. In primis l’educazione all’igiene. Abbiamo quindi sperimentato nuovi valori educativi, nuovi codici affettivi, per sentirci vicini nella lontananza, per far capire ai propri figli come poter essere cittadini responsabili nel mondo. A tal proposito, ricollegandoci con il mondo scuola, riconosciamo il valore aggiunto delle figure educative che lavorano nelle scuole, che spesso non vengono menzionate (il ministro all’istruzione Lucia Azzolina ha citato una volta gli educatori come “assistenti alla comunicazione”) e che hanno mostrato nella maggior parte dei casi una flessibilità e creatività che li ha fatti andare oltre il proprio mandato, arrivando ai bambini e diventando per loro un vero e proprio esempio di educazione, di cura uno per l’altro, quando ancora si combatteva il dualismo “Didattica a distanza si o no”. Un sincero grazie agli educatori professionali.

Focolaio. Codogno e le province del lodigiano; poi Vo’ Euganeo, nel Veneto. Da qui iniziano i focolai del virus. Un termine medico per indicare l’inizio di uno stato patologico che ha segnato il confine tra vita di prima e vita ai tempi del Covid. Ogni giorno abbiamo vissuto con la preoccupazione che ci fossero nuovi focolai, abbiamo polemizzato rispetto al riconoscimento di alcune zone come focolai o meno, osservando l’espansione incontrollata, soprattutto in Lombardia del virus. Il paziente 1, il famoso Mattia, è stato purtroppo protagonista non solo dell’esplosione della malattia, ma di tutta una serie di ricostruzioni rispetto alla sua vita privata con relativi commenti (ma questo era sempre in giro? Ma vai a correre con la febbre? Vai a fare gli aperitivi non stando bene?, ecc. ecc.).

Governatori di regione. Mentre lo Stato e i suoi rappresentanti diffondevano dpcm di chiusura, di limitazioni, di riaperture, i Governatori di Regione – usiamo il termine ormai diffuso, ma inesistente nei protocolli ufficiali: si tratta di Presidenti di Regione –  hanno deciso di ricorrere alla loro autorità nei modi più svariati. Alcuni hanno eseguito quanto indicato da Roma senza esitazione, altri hanno sperimentato quanto l’incertezza e/o la latenza di alcune informazioni si ripercuotesse sul loro lavoro, altri hanno infine deciso di sfoderare un linguaggio ai limiti del comico (pensiamo al “lanciafiamme” di De Luca, o al patentino sanitario di Solinas). Il riverbero di queste prese di posizione ci ha fatto sentire tutelati, scherniti, vicini o distanti ai Governatori, rimarcando ancora le immense differenze che esistono tra le diverse regioni.

Lavorare da casa

FFP2 FFP3. Chiunque di noi ora conosce o riconosce di che cosa si stia parlando se citiamo questi “codici”. Nell’oblio della rincorsa alle mascherine (che inizialmente non servivano, poi forse sì, poi certamente sì ma se cambi regione anche no se sei all’aperto) chiunque di noi si è imbattuto con la ricerca di queste mascherine. Un dispositivo di protezione individuale con diverso fattore di filtraggio.

Home office. Home Office: l’ufficio a casa. In molti si sono trovati, volenti o meno, a trasferire nella propria abitazione il luogo di svolgimento del proprio lavoro. Abbiamo imparato anche a diversificare il telelavoro dallo smart working: il primo un mero spostamento dei luoghi e dei tempi della prestazione lavorativa dall’ufficio a casa, il secondo un più radicale cambiamento del paradigma del lavoro, basato su obiettivi anziché mansioni, orari flessibili e libertà di svolgimento del lavoro da qualsiasi luogo adatto. Questo ci ha richiesto un riadattamento dei confini tra vita privata e vita professionale, con l’indubbia difficoltà di autogestire il tempo lavoro e il tempo famiglia. Ma da una prima fase di assestamento, come per ogni novità, abbiamo anche incrementato le nostre competenze digitali, cogliendo talvolta questa possibilità come una risorsa. In un sottile gioco di equilibri, chi è riuscito a gestirsi tra lavoro, figli, bonus baby-sitter, call aziendali, ne è uscito sicuramente rinforzato.

Isolamento. Aristotele definisce l’uomo animale sociale, per questo il concetto di isolamento incide sulle nostre vite più di altri fattori. Perché è un ossimoro di come intendiamo la nostra vita e le relazioni con gli altri. L’isolamento dei malati, dei loro famigliari è stato l’aspetto forse più drammatico con il quale dover convivere. La paura di restare da soli, di non potersi salutare, di non poter offrire degna sepoltura a coloro che ci hanno lasciati ha indubbiamente lasciato un senso di vuoto indescrivibile, che accumula il dolore dell’isolamento al dolore della perdita.

Lockdown. Insieme all’aggettivo “draconiano” il sostantivo inglese lockdown ha invaso ogni telegiornale. Abbiamo con il tempo compreso il significato e interiorizzato il fatto che fosse sinonimo di una chiusura totale di aziende, negozi, servizi, vite.

Movida. Milano da bere, insomma, come trent’anni fa. La città più cosmopolita d’Italia, con un trend di crescita e in continua evoluzione viene così ridotta al binomio navigli-movida. Si sprecano i commenti su Zingaretti che fa l’happy hour in compagnia, sui “giovani d’oggi” incoscienti (dimenticandoci tutti di esser stati giovani un tempo che fu). Tutti pronti ad additare le cattive condotte milanesi. Milano un po’ come la prima della classe che inciampa e, in fondo, ben le sta, così impara a fare quella sempre avanti e innovativa. Ma Milano è e resterà sempre “Milan col coeur in man”.

Negatività. Quello che solitamente connotiamo come qualcosa di infelice, complicato, avverso, in tempi di Covid, come negli altri test medici, ha invece significato la fine di un incubo. Doppia negatività di un tampone ha significato per tanti una ritrovata libertà e la rassicurazione di essere, finalmente usciti da un virus subdolo.

Oms. Organizzazione Mondiale della Sanità. Costituitasi a Ginevra nel 1948 L’Oms è l’organismo di indirizzo e coordinamento in materia di salute all’interno del sistema delle Nazioni Unite. Tra le altre funzioni, è impegnata a fornire una guida sulle questioni sanitarie globali, indirizzare la ricerca sanitaria, stabilire norme e standard e formulare scelte di politica sanitaria basate sull’evidenza scientifica; inoltre, garantisce assistenza tecnica agli stati membri, monitora e valuta le tendenze in ambito sanitario, finanzia la ricerca medica e fornisce aiuti di emergenza in caso di calamità. Attraverso i propri programmi, l’Oms lavora anche per migliorare in tutto il mondo la nutrizione, le condizioni abitative, l’igiene e le condizioni di lavoro (definizione ritrovabile sul sito salute.gov.it). In fase di epidemia e, successivamente pandemia, l’Oms ha cercato di ricordare a tutti protocolli di gestione e di dare indicazioni rispetto a cosa fosse epidemia e cosa fosse pandemia. Abbiamo avuto giornate in cui le dichiarazioni di Oms, Protezione Civile, Comitato Tecnico Scientifico, ricercatori, biologi, medici si sono susseguiti in una sorta di “frullato” di informazione talvolta risultato indigesto e, a volte, poco coerente.

Pandemia. Abbiamo imparato a conoscerla sui libri di storia e nei B-movie degli anni ’90. Quando il Covid-19 è stato dichiarato ufficialmente pandemia, abbiamo avuto tutti probabilmente la sensazione di trovarci sul set di uno di quei film. Dichiarazione arrivata mentre in Italia si stava già combattendo la malattia in modo incessante e senza tregua, come a dire che medicina e definizioni scientifiche non vanno sempre di pari passo.

Politica. Compito dei politici, e anche nostro, è indubbiamente occuparsi della “res publica”, della cosa pubblica. In questo tempo di Covid un dubbio sorge sull’effettivo confine che c’è tra scienza e politica e sul fatto che, forse, laddove ci sia stata anche una scelta sensatamente politica si sia apprezzato il beneficio. Nulla da togliere alla fondamentale importanza dei tecnici, ma la politica non è fatta solo di scelte tecniche, bensì anche di decisioni e di responsabilità alle quali essa non si può sottrarre. Si tratta quindi di un giusto bilanciamento con scienza e medicina, che è stato vincente in alcune realtà (pensiamo al “lavoro di squadra” compiuto da Zaia con la parte scientifica. Ciascuno con le proprie responsabilità). Ma è davvero così nascosta la politica in questa fase 2? Parrebbe di no. Le scuole restano chiuse ma la serie A riparte (con rassegnazione dei tecnici), per la gioia di sponsor e pay tv.

Quarantena. Manzoni ci raccontò la peste nei “Promessi sposi” e così, ancora oggi, la quarantena è rimasto quel filo comune da applicare in caso di epidemia. Una prassi che porta con sé rischi e opportunità, ma che purtroppo coincide con il vero e proprio isolamento sopracitato.

Il concetto di sanificazione

Resilienza. Termine amato dagli psicologi, resilienza implica la capacità di adattarsi ai traumi e/o superare periodi di difficoltà. Si tratta di una forma di adattamento, di rimodellamento che rinforza la nostra abilità di affrontare e reagire alle difficoltà. Il trend della parola resilienza è decisamente aumentato, diventando quasi inflazionato.  È importante invece preservarne il valore e il suo significato, perché è quello che ci ha consentito di gestire anche questo periodo complicato e che ci preserverà dall’ondata psicopatologica che investirà probabilmente diverse persone nella seconda fase.

Sanificazione. In linea con l’educazione all’igiene, anche il concetto di sanificazione ha invaso la nostra vita, i nostri uffici, le nostre mura di casa. Questo è un fattore rassicurante, che ci garantisce, insieme ai Dispositivi di protezione individuale (Dpi), di tutelarci, di dar valore alle piccole/grandi azioni che spesso fanno la differenza e che, soprattutto sono sotto il nostro controllo.

Tampone/test. Tanti hanno rivendicato e rivendicano comprensibilmente il diritto di accedere ai tamponi. L’ondata emergenziale ha sovraccaricato laboratori di ricerca, chiamando in campo anche personale sanitario in pensione e neolaureati pur di garantire un minimo di turn-over agli ospedali. Dal tampone oggi si assiste ad un “via libera” ai test sierologici, alla ricerca di una immunità di gregge ancora probabilmente lontana.

Universalità. Per quanto le teorie complottiste abbiano cercato di dare una connotazione razionale al virus, con fake news di ogni genere che hanno destato reazioni di disgusto e imbarazzo giusto per rimanere sul politicamente corretto (le persone di colore si ammalano meno, gli immigrati non si ammalano perché hanno fatto vaccino contro la tubercolosi), abbiamo riscoperto di essere tutti vulnerabili, senza distinzione di etnia e di classe sociale. Ciò che cambia sicuramente è invece la possibilità di ricevere cure immediate, destino riservato ancora a troppo pochi fortunati.

Vaccino. Con buona pace dei no-vax siamo tutti in attesa di una cura specifica. La storia ci insegna che di fatto il vaccino curi e contribuisca a vivere in salute senza dover affrontare determinate malattie infettive. Anche in questo caso il rischio di dar spazio all’animo complottista è talvolta irresistibile. Ricordiamoci però, come buona prassi, che la laurea in medicina non si acquisisce su Google.

Zona rossa. Fine della libertà, della vita di prima. I paesi del Nord Italia coinvolti e i loro cittadini hanno realizzato in poche ore di trovarsi in una zona di guerra. Dai nostri televisori guardavamo i confini di Codogno e ci chiedevamo come potesse essere vivere stando chiusi in casa, rimanendo in stand by. Abbiamo avuto poi modo si sperimentarlo poche settimane dopo.

 

Cosa ci resterà di tutto ciò? La memoria.

A volte la memoria gioca brutti scherzi ma speriamo che questa fase della nostra vita non venga dimenticata, che ci ricordi che possiamo essere tutti vulnerabili e possiamo essere tutti cittadini migliori se non alziamo muri ma se combattiamo realmente insieme. Solo così daremo valore ai tanti arcobaleni disegnati e che nascono dopo il buio e la pioggia. Solo così sapremo che “è andato tutto bene”.

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