La democrazia diretta, un errore secolare

Se ne sente parlare spesso, il più delle volte a sproposito. Breve diagnosi di un’utopia storicamente certificata

Davide Casaleggio, figlio del compianto Gianroberto e prosecutore ideale dei dettami del Movimento 5 Stelle, in un’intervista di giugno del 2016 ha dichiarato: “Intendo occuparmi dello sviluppo delle applicazioni di democrazia diretta del Movimento 5 stelle in rete affinché tutti i cittadini possano fare politica“.
Pur riconoscendo tutti i meriti del caso ad un movimento politico (M5S) che, in questi anni, ha saputo incanalare in modo democratico e civile un’insoddisfazione crescente in ampi strati del paese, non ce ne voglia il brillante Davide se osiamo opporre qualche argomento, storico e di buon senso, in contrapposizione alla sua tesi di “democrazia diretta”. In primis, fa sorridere e non poco il loro riferimento al celebre Jean Jacques Rousseau, al quale hanno dedicato la piattaforma digitale, sistema operativo del movimento . Proprio Rousseau, infatti, nel “Contratto sociale” , dopo un’ampia disamina, indica nell’ aristocrazia elitaria la “miglior forma di governo dove pochi saggi governano la vita di molti”. A prescindere dalla correttezza dell’affermazione il dato di fatto è che questa frase rappresenta l’esatto opposto di quello che sostengono i “nuovi evangelisti” della dottrina partecipativa.
Tuttavia, è bene procedere con ordine. La tesi di fondo di chi vorrebbe la democrazia diretta è permettere la partecipazione di tutti i cittadini alla totalità delle scelte politiche e amministrative, locali e nazionali, del nostro paese. Il web accorcia le distanze, permettendo a chiunque, ovunque, di esprimere la propria opinione con un click, un “sì” o un “no”. Dunque si potrebbe finalmente realizzare, sempre secondo i sostenitori di questa linea, il mito greco della democrazia ateniese, dove i cittadini votavano le leggi e “uno valeva uno”.Partiamo da questo primo assunto: non è mai esistita una democrazia diretta così concepita. Se, infatti, si analizza il periodo storico considerato di massimo splendore della democrazia greca, ovvero quello sotto il governo di Pericle (430 a.c.), rileviamo che la democrazia periclea cercò di perseguire un equilibrio , una sorta di accettabile compromesso, tra i ricchi, che possedevano le maggiori competenze ed esercitavano sostanzialmente il potere, e i poveri che, principalmente mediante la partecipazione all’Assemblea, disponevano di un minimo potere di controllo. In proposito è da tenere presente che in realtà il diritto di parola all’Assemblea era esercitato da una minoranza, in quanto in essa si riconosceva la competenza politica e tecnica, mentre a pochi era affidato il compito di elaborare e indicare le alternative politiche tra cui decidere. Il tutto condito dal fatto che né le donne né tantomeno chi non era cittadino ateniese avevano diritto di voto e di parola. Dunque una democrazia sì, ancorché piuttosto elitaria e circoscritta a chi effettivamente poteva dedicarsi all’analisi politica di quello che si doveva fare, votando a maggioranza rappresentativa le scelte più opportune. Pericle, considerato a ragion veduta un grande promotore della democrazia, era anche un leader moderno in tutti i sensi, dotato di forte carisma e consapevole del fatto che sia le lobby sia la necessità di gestirle dovevano mirare ad un equilibrio delle scelte intraprese che garantisse la miglior vita agli strati sociali più poveri. Regole base della democrazia rappresentativa moderna, non diretta.
Senza scomodare tutte le ulteriori ragguardevoli analisi di quasi 2500 anni di pensiero politico per pure esigenze editoriali, è possibile giungere a noi, citando due dei massimi pensatori di filosofia politica che si sono soffermati molto sul tema: Alexis De Tocqueville e Norberto Bobbio. Entrambi molto critici con qualsiasi forma di interrogazione diretta del cittadino, sintetizzano il loro pensiero sul tema in un piccolo capolavoro dialettico di poche righe di Bobbio, il quale afferma, nel suo libro “Il futuro della democrazia” che “l’unico modo di intendersi quando si parla di democrazia, in quanto contrapposta a tutte le forme di governo autocratico, è di considerarla caratterizzata da un insieme di regole, primarie o fondamentali, che stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive e con quali procedure.” Queste parole, semplici, sintetizzano davvero la logica alla base dell’ecosistema politico. Esiste chi è deputato e autorizzato dal popolo a prendere decisioni, non tutti. Una democrazia diretta, dove ogni cittadino è chiamato a votare su ogni argomento, è un errore che la storia ci palesa, oltre che una pericolosa deriva. Oggi, infatti, viviamo in una realtà addirittura molto più complessa di quella che maggiormente si avvicinava al più alto tentativo di coinvolgimento politico cittadino, quella della citata Atene di Pericle appunto, e che già all’epoca capitolò i sogni di gloria di decisioni collettive. Gestire la res publica, nel 2017 più che mai, significa avere una visione globale e locale al tempo stesso, sapendo analizzare una molteplicità di dati, sentimenti, statistiche e variabili tali da richiedere competenze e conoscenze elevate. Con tutto il rispetto per ogni cittadino italiano, non credo sia ragionevole pensare che ognuno abbia le competenze o le conoscenze necessarie per prendere decisioni importanti, in primis chi scrive questo articolo.
A questo punto, sento già le voci dei sostenitori della democrazia diretta che potrebbero dirmi come nemmeno i politici rappresentanti della volontà cittadina hanno competenze. Anzi, sono corrotti, ignoranti e “rubano i soldi”. E, conseguentemente, almeno i cittadini “onesti” (tutti? Davvero?) sapranno prendere le decisioni migliori. In questo caso, bisognerebbe ricordare a queste persone che non sono le mele marce a determinare la validità di un sistema, perché allora seguendo la loro logica si potrebbe obiettare che non tutti i cittadini che parteciperebbero alla ipotetica democrazia diretta sono “onesti” (aggettivo oltretutto opinabile) e non avrebbero le competenze per prendere le decisioni utili alla collettività. Così come è un dato di fatto che la democrazia rappresentativa non produca solo mele marce.
Forse un punto di accordo ci sarebbe: bisognerebbe lavorare in termini di cultura politica e sociale, creando classi dirigenti che davvero possano farsi interpreti delle esigenze del paese e che, soprattutto, abbiano la capacità strategica di amministrare un paese, compreso il fatto che spesso la gestione politica richiede anche scelte impopolari, difficili, illogiche, non del tutto in linea con quello che davvero si vorrebbe.
Vero è, altresì, che la democrazia rappresentativa ha un male contro il quale deve combattere da sempre: la corruzione. E’ sistemica purtroppo e può espandersi come un cancro. La sfida, da vincere, è quella di riprendere la “questione morale” di Berlinguer, farla propria da parte di tutti i partiti, formando una dirigenza in grado, in futuro, di non ripetere gli errori del passato. Tuttavia, lasciamo vivere ognuno in pace, che si occupi della propria famiglia, del proprio lavoro e, se lo vorrà,ma solo se lo vorrà davvero, di studiare, per esempio, diritto amministrativo e costituzionale, sociologia, statistica, oltre alla lingua italiana, poco conosciuta anche da taluni parlamentari, per farsi eleggere e diventare promotore formato delle istanze dei cittadini.
La partecipazione collettiva attraverso la rappresentanza, dunque, è la miglior forma di governo che abbiamo partorito da secoli e che ci ha portato, pur con mille difetti, a vivere in uno mondo senz’altro migliorabile – non “nel migliore dei mondi possibili”, come magnificava Leibniz – perché ne abbiamo le capacità e gli strumenti, senza però lanciarsi in fanatiche e surreali utopie.

Commenti

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    DI Giuseppe Calogero 21 Aprile 2017 17:28

    In Italia la democrazia non esiste… ma perché gestita da un covo di Indagati.
    5 stelle non può essere democratico e non lo deve: voi sareste capaci di comprare gli aderenti.

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