PREPARARSI ALLE NUOVE CONOSCENZE

Ma secondo Confindustria in Italia mancano 300mila tecnici
PREPARARSI ALLE NUOVE CONOSCENZE

di PAOLO GILA

I dati sono abbastanza sconfortanti. Secondo le stime di Confindustria mancano nel nostro Paese almeno 300 mila tecnici. Questa la notizia flash pubblicata dall’Agenzia Ansa sul suo sito lo scorso 25 marzo: “Nei prossimi 5 anni serviranno alle imprese circa 300 mila figure, di cui il 70% dovranno essere figure tecniche, o tecnico-scientifiche e non ci sono”. Lo ha detto il presidente della piccola industria di Confindustria, Carlo Robiglio, nel corso della presentazione del rapporto Istat sulla competitività dei settori produttivi, sottolineando quindi che “è fondamentale la formazione” dei giovani e “il rapporto scuola-industria in modo da portare i giovani alla conoscenza del sistema produttivo”.

Il Piano Industria 4.0 è stato seguito da buona parte delle aziende, soprattutto quelle che sono agganciate a filiere di subfornitura dove l’elemento innovazione tecnologica è determinante. Solo in Emilia – certifica la ricerca dell’associazione degli industriali – la lacuna è di circa 90 mila tecnici.

Secondo Agenda Digitale, che ha compiuto uno spaccato più profondo dei dati, i settori che hanno maggiori esigenze di competenze evolute sono la meccanica, l’agroalimentare, la chimica, la moda e l’ICT. Per Gianni Piotti, presidente di Cnct – Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici – “la figura ideale del supertecnico che sappia governare l’Industria 4.0 dovrebbe avere competenze di ingegneria gestionale (per comprendere la reingenirizzazione dell’intero processo produttivo), competenze economiche (per cogliere gli impatti finanziari e di mercato) e ovviamente competenze IT e digitali (perché sono l’ossatura dell’Industria 4.0). E anche qui la professionalità digitale non sarà più solo quella della vecchia Information technology, ma i nuovi skills saranno costituiti, nella logica ibrida, da un mix articolato di competenze, per governare strategicamente i cambiamenti imposti dalle aree Big Data, cloud, mobile, social, IoT e security. Saranno soprattutto figure fatte da un impasto di skills tecnologici, manageriali e soft skills quali leadership, intelligenza emotiva, pensiero creativo e capacità di gestione del cambiamento”.

Il problema non è solo italiano. L’Unione Europea ha stimato che a fine del 2020 potrebbe verificarsi un buco di 800 mila specialisti, tra tecnici e ingegneri, legati alle nuove tecnologie e ai nuovi modelli imprenditoriali. Questa è una incombenza anche per il nostro Paese, che non potrà attingere dal continente europeo tutte o in parte quelle nuove forze intellettuali che saranno richieste dai cambiamenti produttivi e organizzativi.

Come è risaputo, la realtà industriale del nostro Paese è caratterizzata da una serie di piccole e medie imprese che sono nel mezzo di una trasformazione epocale. Al momento è corsa in aiuto la rete di sostegno delle società di consulenza dove i profili tecnici e specializzati sono attirati dalla prospettiva di crescita professionale e retributiva. L’outsourcing si spiega in parte con la necessità di scaricare i costi dei servizi IT all’esterno e in parte con la capacità delle società di consulenza di inserirsi in una parte molle delle imprese.

Ma guardiamo al futuro. Come e dove troveranno le imprese i giovani tecnici, specialisti, ingegneri, di cui avrà bisogno? Le risposte sono numerose e molteplici. Alcune sono teoriche, altre pratiche. Vediamole. 1) La politica si dà una mossa ed elabora un piano di sviluppo formativo da qui al 2030 per facilitare la creazione dei nuovi skills; 2) le imprese cercheranno anche all’estero le competenze di cui hanno bisogno; 3) gli industriali cominceranno a pagare di più, e sempre di più, i tecnici e gli ingegneri e nascerà una concorrenza spietata per accaparrarsi i migliori, che sono pochi; 4) le imprese porteranno all’estero parte della loro attività e migreranno nelle regioni che le accoglieranno a braccia aperte per sviluppare condivisioni di idee con nuove opportunità, joint-venture, accordi di collaborazione.

Queste sono solo alcune delle ipotesi. Ce ne sono altre ancora, intermedie, frammiste. Ma il cuore del problema è che il punto 4) è quello che gli industriali (almeno stando al campione intervistato di Ifiit) stanno maggiormente condividendo, almeno in termini prospettici. Dobbiamo prepararci, perché un passo evolutivo delle aziende che sono giunte a un buon grado di maturazione e che meditano ulteriori salti di qualità e che non troveranno competenze nel Paese si sposteranno, per questioni di sopravvivenza. I Paesi maggiormente attrattivi in Europa sono Austria e Svizzera, ma anche Slovenia e Croazia. La Gran Bretagna sta vivendo una fase di crisi per la Brexit. Al di fuori dell’Unione Europea i paesi più gettonati restano sempre Stati Uniti, Canada e da qualche tempo anche la Cina, ma solo per alcuni settori.

Assistiamo a un fenomeno nuovo. L’azienda non va solo verso il mercato, si sposta anche verso le intelligenze, segno che la manifattura non è più estesa ma altamente localizzata, laddove esistono le competenze preparate e adeguate. Dunque, creare intelligenza e competenze è diventata la vera e pressante sfida tra i sistemi in competizione.

 

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