Unione Europea: crescita solo con la solidarietà

Questa la tesi di Vittorio Emanuele Parsi: ci vuole maggiore saggezza politica

di PAOLO CORTICELLI

Un’Europa incerta, divisa, ove le spinte nazionalistiche si accompagnano a politiche di austerità, un’Unione dalla quale si distacca la Gran Bretagna, fra mille incertezze. Un’Unione nella quale il Gruppo di Visegrad – il gruppo nato nel 1991 dopo il crollo dell’Unione sovietica per rafforzare la cooperazione tra Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia – si distingue per l’affermazione di politiche euroscettiche, sovraniste e molto rigide in tema di immigrazione. Una contraddizione politica, già negli enunciati: si aderisce a un’unione, intesa come libera associazione, ma si mostra scetticismo, piuttosto aggressivo, nei suoi confronti. Facendo proseliti, fra l’altro, perché il premier austriaco Sebastian Kurz e il nostro ministro dell’interno, Matteo Salvini, sono in piena sintonia con il Gruppo, in particolare per ciò che concerne il problema dei migranti.

 

Ne parliamo con il professor Vittorio Emanuele Parsi, professore ordinario di relazioni internazionali dell’Università Cattolica di Milano.

 

Professor Parsi, il Gruppo di Visegrad cosa ci sta a fare nell’Unione Europea? Unione che ha già deciso sanzioni economiche proprio per l’atteggiamento ostativo mostrato in diverse circostanze.

 

Secondo me non si può pensare a un allontanamento dei quattro Paesi del Gruppo. Al di là degli aspetti formali – ci vorrebbe l’unanimità, cosa che non ci sarebbe, tanto per dire – ma sarebbe sbagliato e segnerebbe un fallimento di tutto l’impianto europeista. Certo, si può dire che i quattro di Visegrad usano toni sbagliati ed eccessivi, ma d’altro canto non è che l’Unione Europea faccia molto.

 

In che senso? Può essere più esplicito?

 

Vediamo: l’ordine liberale, così com’era inteso fino agli anni 80, è andato in crisi: la libera circolazione dei capitali, delle merci e delle persone ha mostrato patenti contraddizioni, creando situazioni di scompenso economico in diversi Paesi dell’Unione. E certamente il problema della pressione migratoria è stato male affrontato, anzi, non è stato affrontato per nulla lasciando l’Italia in una posizione difficile, talvolta drammatica. Anche sotto il profilo della sicurezza ci sono state delle lacune – i vari attentati terroristici in Francia, Inghilterra e Germania sono lì a ricordarcelo – e il tutto ci fa dire che si nota una mancanza di saggezza politica. L’Europa, nel suo insieme, non ha ancora percepito con chiarezza che il mondo sta andando da un’altra parte, rispetto ai progetti di austerità molto vincolanti sotto il profilo economico, ma non c’è solo l’economia.

 

Quindi come si può procedere per auspicare, pur se in maniera un po’ enfatica, lunga vita all’Unione Europea?

 

Tutti devono fare dei sacrifici. Ci deve essere una maggiore reciprocità nel riconoscere i problemi di ciascuno e cercare una soluzione collegiale. Se invece si pensa di utilizzare le leggi e i finanziamenti dell’UE a fini utilitaristici, se ciascuno si irrigidisce sulle proprie posizioni, allora l’Unione Europea muore, perché, come ho detto, non c’è solo l’economia ma ci sono le persone. Pensiamo al processo di globalizzazione e alle banche, le quali hanno fatto il bello e il cattivo tempo in un’Unione del tutto impreparata: dal 2008 lo tsunami finanziario ha cambiato il mondo, bisogna che ci si ponga di fronte ai problemi dell’oggi con grande spirito di abnegazione e condivisione.

 

Professor Parsi, la situazione italiana continua a destare preoccupazione. Anche in questo caso l’invito è al sacrificio e alla condivisione?

 

Certamente. Comunque la sollecitazione va in particolare a quegli attori politici della sinistra, i cui principi non saranno sempre condivisibili, ma che avrebbe dovuto e potuto fare molto di più. In concreto: sto parlando della sinistra e della sua assenza di fronte ai ‘lavoratori di riserva’, pagati male, per nulla tutelati sotto il profilo sindacale. E poi ci si stupisce se il lavoratore vota a destra! Ma quali chance ha avuto di fronte al vuoto politico di un’area che avrebbe dovuto meglio interpretare taluni cambiamenti e intervenire con decisione per difendere i lavoratori, italiani e stranieri che siano?.

Nel suo libro di recente pubblicazione, “Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale” (Il Mulino), Vittorio Emanuele Parsi delinea le quattro minacce – gli iceberg, nella metafora, pericolosi per un Occidente simile al Titanic – che possono risultare esiziali:  la crisi della leadership americana e il contestuale emergere delle potenze di stampo illiberale come Cina e Russia, la polverizzazione della minaccia legata al terrorismo jihadista, la deriva revisionista di Donald Trump e la crisi delle democrazie, schiacciate tra populismo e tecnocrazia. L’Europa può intraprendere strade di autentico sviluppo se saprà coniugare la dimensione della crescita e quella della solidarietà.

Rimane un aspetto per certi versi inquietante, che va oltre l’auspicio di Parsi: il mondo è cambiato così come la mente delle persone, percossa da mutamenti e incertezze che provocano decisioni e azioni talvolta estreme, violente. Bisogna concepire una nuova antropologia culturale, ma di questo avremo modo di parlare anche in futuro.

Leave a reply

Comments