PRIMA SULLE NAVI E POI IN LIBIA RISCHI E PERICOLI DI UNA MANAGER

Alessia Paolucci naviga nel Mediterraneo per 12 anni. Poi una nuova attività nel Paese nordafricano, nonostante le guerre. E il suo cuore è a Tripoli, dove tornerà

Avventura, rischio, pericolo. C’è un po’ di tutto questo nella vita di Alessia Paolucci, originaria dell’Abruzzo. Un anno dopo essersi diplomata in ragioneria -1996 – inizia a navigare come shop manager, e per 12 anni quella sarà la sua attività, soprattutto nel Mediterraneo, nei principali porti italiani e in quelli del Nord Africa, fino a diventare commissaria di bordo nel 2003.

Poi, via via nasce la sua vena imprenditoriale.

Sono diventata imprenditrice senza neanche starci a pensare. Una mia mail, mai inviata da me – un mistero ancor oggi irrisolto -, arriva a un imprenditore che si trovava nel centro del deserto libico in una località chiamata Brack. Si mette in contatto. Pensavo fosse uno scherzo, tant’è che non ero stata gentile con lui. Questa persona mi chiede se possiamo avviare una collaborazione per un attracco passeggeri in uno dei porti libici. Comunque ho accettato l’incontro, ci siamo visti a Milano, era il settembre del 2010, e ho accettato e iniziato subito a lavorare.

Poi come sono andate le cose?

Le cose sono andate un po’ diversamente: ho lavorato per loro nelle loro sedi di Istanbul e Amburgo, ma nel 2011 è scoppiata la guerra, il 16 febbraio, con la rivolta di Bengasi, e io mi trovavo all’interno dell’ambasciata libica per ritirare dei documenti.

Ho continuato a lavorare per i responsabili della società, i quali aspettavano che la rivolta si esaurisse, invece è stata una vera e propria guerra. I miei referenti erano stati incaricati dal governo d’allora per la ricostruzione delle new facility del porto passeggeri di Tripoli. La guerra incalzava, le società coinvolte con il governo di allora cominciarono ad andare in difficoltà. Abbiamo lasciato il Nord Africa.

Tripoli vista dall’alto

Da quel momento continuo a lavorare per questa società ancora per qualche mese, e alla fine del 2012 vengo contattata da Tripoli, da una società libica, e vengo assunta per occuparmi dei rapporti diretti con la società off-shore italiana che aveva vinto la gara d’appalto per gestire questo servizio verso le piattaforme petrolifere. Io arrivo comunque in un Paese dove c’è ancora la guerra, mi trovo in una città luminosa, piena di vita e con uno sguardo fiducioso per il futuro.

E lei continua a lavorare, nonostante tutto?

Sì. Dopo quel periodo sono stata assunta da una società italiana di trasporti marittimi come country representative. Per un anno e mezzo sono rimasta in Libia. Ma purtroppo scoppia di nuovo la guerra nel 2014: nel mese di settembre di quell’anno evacuano mio figlio con un C-130 mentre io rimango a Tripoli.

Facevo, o cercavo di fare, una vita normale: caffè con le amiche, una casa presa in centro…

A marzo del 2015 sono stata obbligata dalla Farnesina a evacuare: ho perso tutto, soldi, macchina, casa. Mi promettono che al mio rientro in Italia avrei avuto un’assistenza anche in termini economici, invece non ho visto nulla. Ho fatto causa e il Tar mi ha dato ragione, ma non ancor oggi non ho avuto un euro.

La vita continua e lei come la interpreta? Qual è la sua attività oggi?

Oggi sono consulente grazie ai molti contatti che ho sviluppato con l’attività sulle navi. Sono un punto di riferimento importante per diverse società libiche. Ora sono in Italia, dove devo sistemare alcune faccende, ma fra qualche tempo sarò di nuovo in Libia, voglio vedere questo bellissimo Paese ricostruito. Etichettare la Libia come un Paese sanguinario e crudele è una vera fesseria. I giovani sono desiderosi di imparare, di sapere, di darsi da fare. E i giovani hanno il volto della Libia di domani.

 

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