Cambiamenti. L’inseguimentodei miti subdoli lascerà spazio ai valori condivisi?

Se cambieremo, come cambieremo? Il coronavirus è giunto come un ladro nella notte, ci ha sottratto e ci sottrae i beni più cari: sono i nostri familiari, parenti, amici, connazionali. Inutile chiedersi chi colpisca, perché chi viene colpito è sempre e comunque uno di noi. Inutile chiedersi anche quale età colpisca di più.

Qualunque sia, la fascia di età che colpisce è la nostra età. La tua, la mia, la sua, senza distinzioni. Covid-19 dimostra di essere il sovrano incontrastato della globalizzazione. Oggi è l’odierno Leviatano. Invisibile, è in ogni punto del pianeta. Silenzioso e imperscrutabile, a sua volta penetra ovunque e domina, nostro malgrado, la scena internazionale.

E paradossalmente, Covid-19 si è diffuso laddove è più concentrata l’attività economica e industriale, prima di accedere a ogni continente. Cina, Corea, Iran, Italia, Spagna, Francia, Germania, Stati Uniti.

Nel nostro Paese in particolare colpisce l’area più avanzata: la Lombardia che è centro di produzione, di relazioni, di servizi, di interscambi. Disarma il cuore dell’organismo, occupa il centro del sistema. È infarto e crack delle regioni e delle nazioni.

Allora, come cambieremo, se cambieremo? Intanto vediamo cosa sta accadendo in Cina. Le fabbriche riaprono, le università tornano ad affollarsi di giovani, i parchi dei divertimenti accolgono i primi visitatori. I giovani sorridono, le squadre di medici e infermieri danzano davanti alle telecamere per trasmettere al mondo segnali di normalità. Intorno è primavera: i ciliegi sono in fiore. Il risveglio della natura accoglie generazioni che vogliono tornare a vivere, amare, produrre, conoscere.

È il segnale più positivo, questo. Chi rinasce alla vita, in Cina e in particolare nella regione dell’Hubei, lo fa nella stagione più bella e consona, nella primavera di luce, di colori, di profumi.

Per noi italiani ed europei è invece una primavera di lutti e di dolore. Nel nostro Paese, il 21 marzo ha fatto registrare 794 deceduti per il coronavirus, mentre il contagio comincia a diffondersi in maniera drammatica negli Stati Uniti e anche in Sud-America.

Da noi la pandemia ha preso corpo intorno al 20 febbraio e, se verranno rispettati i tempi previsti e dettati dagli scienziati, dovrebbe avere un ipotetico termine verso la fine del mese di aprile. Trascorreremo la Pasqua nei nostri domicili, con i parenti più intimi. Avremo la nostra ebraica “uscita dal deserto”, la nostra cristiana “resurrezione di Cristo”. Inconsciamente o consapevolmente, saremo costretti o indotti a pensare, analogamente, alla nostra “uscita dal virus” come un passaggio che è insieme esistenziale e spirituale.

Avremo di fronte a noi una duplice evidenza (probabile e auspicabile), che sono una concomitanza: la rinascita asiatica, con il ritorno alla normalità, e la nostra emersione dalla crisi. Primavera e resurrezione potrebbero o potranno convivere, mentre allo stesso tempo negli Stati Uniti potrebbe consumarsi la notte più buia, il culmine della crisi, la brutalità dei dati statistici.

Quali le conseguenze a livello spirituale e psicologico? Si riscoprirà che la “luce viene dall’Oriente”, che l’Europa è una terra di mezzo. Il nostro continente non è il primo né l’ultimo. Semplicemente apparirà come intermedio tra la Cina risvegliata e gli Usa ancora nell’incubo, un corpo mediano tra l’Asia e l’America.

Tutto ciò ci porterà inconsciamente e consciamente a riconsiderare la nostra scala di valori e il nostro senso di appartenenza.

La Via della Seta, grazie agli aiuti della Cina al nostro Paese in questo momento di grande crisi, riprenderà vigore. E ritornerà in auge il senso della prossimità, l’etica del buon vicinato, mentre le tecnologie che abbiamo sperimentato, come il telelavoro e i social per comunicare con colleghi e amici, saranno un asse strategico anche per il futuro.

Avremo i nostri morti da commemorare, sapendo che in quel baratro buio della cremazione a cui stiamo assistendo, si consuma la tragedia di un Paese che è fratello di altri Paesi dove è avvenuta, avviene e avverrà, la stessa combustione. Ci sentiremo maggiormente affratellati anche con Paesi come gli Stati Uniti e Cuba, che ci stanno fornendo mezzi e risorse, materiali e umane, per affrontare e risolvere questa emergenza pandemica.

La speranza è che questa vicenda sia l’occasione – mondiale – per riprendere in mano aspetti della vita che molti di noi hanno tralasciato nel frattempo per inseguire miti subdoli come la produttività, la ricchezza ad ogni costo, la globalizzazione con tutti gli estremismi che comporta. Parole come pianeta e uomo, probabilmente, avranno uno spessore diverso e maggiore. La salute e l’equilibrio interiore è probabile che possano tornare a essere valori condivisi. Il bene comune sarà vissuto a livello locale e a quello generale, in una dimensione dove “Gaia”, il nostro pianeta, sarà considerato il vero e grande organismo vivente, senza la cui armonia tutto decade.

Per certi aspetti – e questa potrebbe essere la lezione che storia e natura ci stanno impartendo – torneremo a riconsiderare anche termini come vicinanza e distanza, che andranno rispettati di più e meglio, per rispettare meglio le persone con cui viviamo, lavoriamo, cresciamo. Le amicizie vecchie e nuove che stiamo sperimentando saranno la nuova base dei prossimi giorni, scremando le inutili formalità e i doveri di circostanza. Forse chiederemo più sincerità ai politici, e saremo anche più sinceri noi stessi di fronte agli altri.

Allora come cambieremo? Dipende. Dipende dunque da come risponderemo, nella mente e in pratica, a queste e alle altre domande che sorgeranno di volta in volta, di fronte alle esperienze che stiamo vivendo, ai lamenti che ascoltiamo, alla considerazione delle occasioni perdute. E soprattutto da come risponderemo a una questione fondamentale: come pensiamo di vivere nei prossimi anni, se sopravviveremo?

 

*Scrittore, autore di diversi saggi, quali: L’economia che dà i numeri (Edizioni Big, 2009), I signori del rating – insieme a Mario Miscali – (Bollati Boringheri), Capitalesimo (Bollati Boringhieri, 2013)

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