LA VIOLENZA, COSÌ ESALTATA DA FILM, TV E SOCIAL MEDIA

I drammi nel reale in ciò che dovrebbe essere solo finzione

Arnold Schwarzenegger in “Last Action Hero – L’ultimo grande eroe”, film commedia d’azione del 1993 interpreta un macho eroico che nel film fa tutto quello che devono fare i machi eroi di questo tipo di film sparando, picchiando e saltando in aria. Il tutto ovviamente senza alcuna frattura, conseguenza ospedaliera o morte dolorosa per sé e per gli avversari, magari un po’ malconci ma tutti si rialzano sempre e subito.

A un certo punto la trama lo porta ad uscire dallo schermo e ad entrare in una realtà in cui cerca di fare le stesse cose che faceva nella finzione, cominciando subito col fratturarsi un dito mentre cerca inutilmente con un pugno di spaccare il finestrino di un’auto.

Quel film oggi mi pare paradigmatico rispetto a ciò che vediamo in ogni dove: la violenza fisica quotidiana, e soprattutto quella giovanile, e la sua percezione.

Stupefacenti e risse

E quel che vedo è un mondo giovanile che sta usando la forza fisica in modo sempre più spesso violento, fino a finire in casi come quello del povero Willy Monteiro, ucciso a calci e pugni durante una rissa a Colleferro. Gli assassini pare (definizione sospesa, come giusto in attesa di processo) siano quattro giovani, indagati e arrestati dai carabinieri che li hanno rintracciati poco dopo il pestaggio nella vicina Artena, dove erano fuggiti con un’auto di grossa cilindrata, ragazzi tra i 22 e i 26 anni, bulli con precedenti di polizia per lesioni, stupefacenti e non nuovi a risse, botte e minacce.

Tra loro due fratelli praticano Mma, sport da combattimento in cui si usano più forme di arti marziali, e quindi si suppone fossero informati dalla palestra che frequentavano circa la pericolosità dell’uso della violenza fisica fuori dal tatami. Restando in tema cinematografico, avete presente i consigli del Maestro Miyagi?

Gli addetti del settore hanno pensato di identificare alcune delle “ragioni” in base a cui potrebbero aver pestato a morte un loro coetaneo senza un vero motivo, probabilmente senza accorgersi nemmeno che lo stavano uccidendo: l’educazione dei genitori, la situazione disagiata in cui vivono, il difficile inserimento nella società, l’accesso ai social media in un’età ancora precoce… e via di questo passo con le spiegazioni degli esperti.

Poche volte si parla apertamente di vigliaccheria, perché di questo, fondamentalmente si tratta.

Qualcuno ha sottolineato come in effetti questi giovani non fossero poi così disagiati, e che comunque ce ne siano anche altri che, nonostante abbiano alle spalle genitori per bene, arrivino a seguire la stessa strada.

La polizia e la Prevenzione Svizzera della Criminalità (PSC) – un centro intercantonale della Conferenza delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia (https://www.skppsc.ch/it/wp-content/uploads/sites/7/2016/12/giovanieviolenza.pdf)- ha identificato le origini per atti come questi in tre presupposti generali. Eccole:

1 – Economico: una situazione economica che offre ai giovani poche prospettive professionali, carenza di posti di apprendistato, e l’accademizzazione del mondo del lavoro.

2 – Materiale: mentre lo status sociale viene sempre più espresso da valori materiali, molti giovani (e settori della società) non hanno la possibilità di accumulare legalmente i mezzi necessari a raggiungere questi status symbol.

3 – Social-mediale: anche se si dice che volere è potere, in effetti le possibilità di raggiungere i propri obiettivi professionali e privati sono limitate.

Queste tendenze all’emarginazione riflettono una mancanza di solidarietà sociale, le cui conseguenze non sono attualmente ancora prevedibili.”

Quindi i motivi e le forme della violenza di e tra i giovani possono essere anche molto diversi: desiderio di riconoscimento sociale: molti giovani che commettono atti di violenza cercano di raggiungere un riconoscimento sociale o una posizione di supremazia sociale all’interno del loro gruppo di pari, per esempio a scuola, adottando un comportamento aggressivo e di sopruso.

Pressione di gruppo: un forte numero di giovani e ragazzi coinvolti in episodi di violenza sono conniventi, o perché vogliono parteciparvi, oppure perché temono di divenire essi stessi vittime di violenza.

Noia: alcuni dei giovani e dei ragazzi che commettono atti di violenza ricercano in questi ultimi un diversivo alla quotidianità. “Per loro la violenza rappresenta una sorta di occupazione – prosegue il rapporto – per il tempo libero e i colpevoli sono spesso incapaci di immedesimarsi nell’altro.”

Teniamo presente questa frase: non sono capaci di immedesimarsi nell’altro, e nelle conseguenze della relazione violenta.

 

Percentuali e situazioni di vita

Notizie.it  https://www.mammemagazine.it/10-cause-di-violenza-giovanile/ suggerisce che “I media giocano un ruolo nel contribuire alla violenza di un adolescente. Se gli adolescenti spesso o ossessivamente guardano film con la violenza, giocano ai videogiochi con contenuti altamente violenti o ascoltano musica con testi violenti, saranno più suscettibili a comportarsi violentemente.” Imputando quindi ai media un effetto di stimolo imitativo.

Il dottor Alessandro Costantini, pedagogista, psicologo psicoterapeuta, si concentra in https://www.psiconline.it/articoli/editoriale/violenza-e-aggressivit-in-aumento-tra-i-giovani.html sulla capacità o incapacità di controllo della violenza. “E’ una questione che dipende molto dalla capacità di autocontrollo e dalla valutazione, quasi in termini percentuali, di quanto sia necessaria per affrontare le diverse situazioni di vita. In termini ipotetici, se devo affermare una mia opinione con un amico ne userò il 5%, se devo difendere la mia dignità sul lavoro il 40% se devo sopravvivere ad una aggressione fisica il 100%.”.

E continua “che cosa trasmette il mondo adulto ai giovani? E come lo trasmette? Quanta capacità di autocontrollo hanno i giovani? E quanto fanno propri i limiti sociali? L’aggressività dei giovani, il loro vivere senza limiti, la loro impulsività, è il prodotto di una società in trasformazione, che in parte non ha saputo trasmettere, nella famiglia e nella convivenza civile, autocontrollo, autorevolezza e rispetto delle regole, che non ha saputo proporre modelli costruttivi, che non ha saputo dare loro l’attenzione necessaria ed evitare quelle modalità educative che hanno invece rinforzato gli atteggiamenti trasgressivi”.

Dice il criminologo e sociologo Marino D’Amore: “La violenza è un evento esecrabile, un disvalore, ma storicamente è un fenomeno sociale. La mancanza di punti di riferimento stabili, la presenza e l’emulazione di modelli sbagliati, soprattutto nel momento della socializzazione, e l’assenza della possibilità di un futuro da poter pianificare rappresentano tutti elementi che influenzano la costruzione dell’identità e lo sviluppo delle relazioni. Tutto questo scatena dinamiche di prevaricazione riconducibili a un bullismo fuori da ogni tempo, in cui perde significato ogni sorta di categoria valoriale che punta alla convivenza, alla solidarietà e all’aiuto reciproco. Emerge uno sfrenato individualismo che si unisce, in determinati contesti, allo svuotamento del significato della vita in quanto tale e all’apparente sensazione di una costante immunità rispetto alla sanzione”

A questo punto farei rientrare Arnold (Schwartzenegger) nel discorso.

Perché nessuna delle analisi citate, né nelle molte più che ho letto, analizza un aspetto di questo problema, che invece secondo me sarebbe degno di attenzione, o almeno di più attenzione anche da parte degli addetti ai lavori: la non percezione e/o consapevolezza delle conseguenze della violenza che si esercita. E ritorniamo a parlare della vigliaccheria, che sta alla base di questi atti criminosi.

 

Giocare alla lotta

Qualche anno fa, in una piscina, ho assistito ad una breve e non importante rissa fra due gruppi di ragazzi. Uno di loro arrivò alle spalle di un “avversario” e gli sferrò un tobi-geri, calcio di Karate che si esegue compiendo un salto in avanti, raccogliendo al torace le gambe per poi lanciarne una protesa avanti. Lo fece al centro della schiena. Non successe nulla, perché per fortuna probabilmente il colpo arrivò a lato della spina dorsale. Se l’avesse centrata probabilmente la vittima sarebbe rimasta invalida, rovinata per tutta la vita e l’attaccante per altrettanto tempo, al di là delle conseguenze penali.

Sono ragionevolmente certo che quel giovane Jackie Chan, uscito da un normalissimo istituto professionale della mia zona, non voleva né uccidere né menomare permanentemente il suo obiettivo: semplicemente pensava di poter “giocare” alla lotta. Così come presumibilmente i fratelli Bianchi e i loro colleghi bulli, che già prima del pestaggio di Willy diverse volte si erano accaniti contro altri giovani e che avevano un curriculum da picchiatori seriali. Ma evidentemente ancora senza gravi conseguenze. Quante volte avete sentito parlare del paradosso della nobile arte della boxe, sport e gioco, in base a cui si rispetta, non si danneggia seriamente e quasi ama l’avversario, a cui si rifilano colpi terribili sul ring e poi lo si abbraccia?

Questo è uno degli aspetti che mi colpiscono e che vorrei sottolineare in queste righe: la percezione ludica di un gesto terribilmente serio e pericoloso, accettabile solo se limitato nelle regole sportive, e che si trasferisce fuori da quelle in un continuum ipotizzando che poi non ci siano conseguenze. Alcuni hanno evidenziato come “motore” della violenza fra tanti altri la percezione della non conseguenza penale dell’azione, e io credo che non sia questa la sola percezione errata.

In palestra come nel cinema o nelle serie tv: quasi ogni film d’azione, o serie poliziesca, o di supereroi, o videogoco, il colpo inferto fa volare l’avversario attraverso vetri e muri, viene potenziato da mazze, assi, randelli, tirapugni, viene inferto su vittime a terra e in piedi, davanti e dietro, in qualunque parte del corpo, e le conseguenze nella quasi totalità dei casi sono qualche livido, un po’ di sangue che si toglie con la manica, uno scotimento del capo… Nelle peggiori delle situazioni si ricuciono i tagli anche da soli davanti allo specchio. Si potrebbe dire che pure chi muore lo fa leggermente, sul colpo, senza soffrire più di tanto.

Faccio riferimento a serie tv e action movie attuali, ma ricordiamoci delle scazzottate nei saloon di John Ford, nelle risse di Trinità, negli scontri fra hoolingan di Abatantuono. Nessuno resta paralizzato, a nessuno si spappola la milza o il fegato, nessuno ha un’emorragia interna, nessuno perde la vista o resta con una lesione cerebrale. Davvero, mi chiedo, ma chi di noi persone reali e normali potrebbe reggere anche soltanto tre dei colpi che subisce qualsiasi protagonista di Gomorra senza morire (salvo ricovero urgente)?

Unica eccezione che mi viene in mente è Arancia Meccanica di Stanley Kubrick, in cui una delle vittime della violenza dei Drughi (a proposito, si sono autonominati così i volonterosi scalmanati juventini…) resta poi bloccato su una sedia a rotelle.

Insomma, nella finzione in cui siamo immersi medialmente la violenza c’è, ma non ha vere conseguenze. E a forza di vederlo ci si convince che anche la realtà funziona così, proprio come lo Schwartzenegger di inizio.

 

Un suggerimento efficace

Con questo non voglio in alcun modo giustificare i fratelli Bianchi ma cercare di capire: Gabriele, con l’aiuto del suocero aveva aperto una frutteria, aveva un lavoro. Come suo fratello Mario aveva una famiglia ragionevolmente normale; gli altri due, pare non andassero neanche in palestra, sono tutti figli di piccola borghesia, forse prossima al mondo della malavita dato il regime patrimoniale che ostentavano ingiustificatamente, ma nulla di drammatico. Non avevano alle spalle drammi o catastrofi, o povertà. Insomma, né l’ambiente né il passato danno molte spiegazioni, come del resto non ne forniscono per quei ragazzi della piscina di cui sopra. Ma certo vivevano in un ambiente in cui il narcisismo macho (vedi i tatuaggi esposti in ogni foto), il culto della forza estetica, il piacere di dominare il più debole probabilmente sono considerati normalità praticamente innocua. Come forse lo erano anche ai tempi passati delle bande di Marlon Brando e James Dean. La differenza potrebbe stare nella quantità di impulsi alla violenza senza conseguenze, ripeto il punto, che recepiscono i ragazzi oggi rispetto a ieri. Ieri erano tempi in cui la guerra appena finita fra altre cose ricordava drammaticamente a tutte le famiglie che un colpo di lama fa davvero molto male, fa rovesciare fuori le viscere, fa perdere sangue da morirne, è doloroso su serio.

Come soluzione non possiamo certo pensare a lobotomie come quelle inferte a Alex nel film di Kubrick: il programma di “rieducazione”, il trattamento Ludovico.

Tuttavia mi viene in mente una possibilità, mutuata da altri stimoli meno violenti ma evidentemente abbastanza efficaci da essere rinnovati da anni pare con successo: se sui pacchetti di sigarette campeggia la scritta “il fumo uccide, il fumo fa male anche a chi ti sta accanto, il fumo rende impotenti” ecc. perché a fine visione di qualsiasi spettacolo con violenze non allegare uno spot che mostri le conseguenze di una rissa reale su chi ne resta offeso, magari permanentemente?

 

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