MAESTRI DIMENTICATI – A sinistra, Cesare Beccaria, filosofo, giurista esponente dell’illuminismo milanese. Celeberrima la sua opera “Dei delitti e delle pene”. A destra, il filosofo Benedetto Croce, maggiore ideologo del liberalismo italiano del Novecento.

 

di GIAMMARCO BRENELLI

Ancora in pochi stanno avvertendo che l’attuale maggioranza di Governo non è un incidente passeggero nel funzionamento del sistema politico italiano.
Siamo, infatti, di fronte ad una svolta e non certo ad una “parentesi” come aveva detto, a posteriori, Benedetto Croce a proposito del ventennio fascista.
In realtà il fenomeno grillino, quale impasto tra giustizialismo, antipolitica e rivolta contro le élite, è solo l’ultima fase del populismo iniziatasi con la rivoluzione giudiziaria del ‘93/’94, mentre quello leghista, nato sulla premessa programmatica dello smembramento dello Stato unitario e poi rifluito su lidi sovranisti, affonda tuttora le sue radici nella medesima rivolta antipolitica, così come nelle conseguenze del vuoto di classe politica del post “tangentopoli”.
La crisi italiana si riassume nell’assenza di una classe politica.
A ben considerare i fatti, nemmeno il fascismo era riuscito a cancellare i partiti di tradizione liberale, popolare, socialista e comunista, la cui esistenza è risultata solo temporaneamente sospesa: nel nuovo Parlamento repubblicano, dopo la Liberazione, ritornarono infatti gli stessi, i popolari di De Gasperi, i socialisti di Nenni e i comunisti formatisi a Livorno nel 1921. Addirittura, quanto ai liberali, sono tornate talvolta le stesse persone fisiche come Croce, Sforza, De Nicola ed Einaudi.
Il radicamento ideologico

Invece, a partire dagli anni ‘90 le grandi culture politiche da cui si originava la selezione del personale politico, spesso sin dai tempi dell’Unità, sono rimaste prive di sbocco, tanto che si può ben dire che la democrazia italiana è divenuta l’unica a non fondarsi sui partiti, come invece continua ad avvenire in tutta Europa e nello stesso Parlamento Europeo, dominato, tuttora e non a caso, dalle grandi aggregazioni storiche, popolare, socialista e liberale.
Si potrebbe obiettare che in tutte le democrazie liberali la critica radicale al sistema politico ha assunto maggior peso elettorale negli ultimi anni, ma in nessun Paese essa ha sopravanzato la somma dei partiti con radicamento ideologico tradizionale come è avvenuto in Italia, dove l’ultima formazione con derivazione ideologica quale è il Pd rappresenta ormai soltanto un quinto dei voti.
Dunque l’alleanza che ha dato vita al nuovo Governo (tra l’altro, ce lo si deve sempre ricordare, su base programmatica successiva e non precedente le elezioni, con il famoso “contratto”), non solo non costituisce un “incidente” ma l’esito finale di un processo che viene da lontano e occupa, in una parola, il vuoto della classe politica.
L’avvicendamento, infatti, non è il fenomeno ordinario in ogni democrazia per cui ad una maggioranza ne succede un’altra, visto che esso non è interno ai valori democratici e liberali ma ne è estraneo e anzi in contrapposizione.
La prima emergenza determinata dal Governo pentaleghista non è dunque e soltanto economica – con il ritorno alle nazionalizzazioni, all’assistenzialismo e alla malcelata volontà di uscita dall’Euro dei vari Borghi e Bagnai – ma in primo luogo, è fatto politico ed istituzionale con la dichiarata contestazione dell’essenza stessa della democrazia rappresentativa.

Del resto, per il movimento Cinquestelle, i parlamentari non sono neanche da intendere come li prevede la Costituzione, essendo soltanto semplici passaparola di un’azienda privata che, come noto, gestisce una piattaforma in cui tutta la democrazia si riduce al voto di qualche migliaio di ben selezionati e verificati iscritti.
Costoro sono partiti così dall’antiparlamentarismo di destra, con la facile presa demagogica della riduzione del numero dei parlamentari, dell’abrogazione dei vitalizi e poi con il referendum propositivo con soglia minima, per giungere alla svalutazione teorica e pratica del Parlamento, il quale dovrebbe cedere il passo alla democrazia diretta, ponendo fine al parlamentarismo nato dalla Rivoluzione inglese fino alle Costituzioni moderne.

Un Parlamento estraniato
Nella nuova Legislatura, tutto il dibattito, in realtà tutto il contenzioso, circa le riforme e scelte politiche è trasferito all’interno dell’Esecutivo mentre il Parlamento risulta praticamente estraniato rispetto ai grandi temi fondamentali che costituiscono le precondizioni di ogni democrazia: si pensi alla scuola dove si riformano silenziosamente i programmi, magari cancellando materie come la storia, dove si trova occupazione a centinaia di migliaia di “lavoratori” precari senza concorso.
Si pensi alla giustizia, abbandonata ad un pugno di ben visibili, non controllabili e prepotenti Pubblici ministeri i quali, proclamata “legalità, legalità, legalità”, consumano quello che rimane della separazione dei poteri mentre parte del potere Esecutivo, da questi condizionato, fa avanzare un sistema giudiziario vendicativo nelle carceri e arcigno rispetto ai diritti dei singoli, con buona pace di Beccaria, dell’Illuminismo e della civiltà giuridica liberale.
La neanche troppo silenziosa, progressiva, e non certo lenta via d’uscita dalla democrazia rappresentativa sta avvenendo in una fase distratta, in cui si sono anche inceppati i meccanismi dell’opposizione classica, affidata a movimenti figli della stessa antipolitica e ormai in declino, o a ex partiti maggioritari i quali altra linea politica non hanno che quella di spaccare l’asse di governo, alleandosi l’uno rispettivamente a destra, l’altro a sinistra con uno dei due bracci del “Governo del cambiamento”. Che fare dunque per i liberali nell’unico Paese Europeo che da molto tempo non esprime alcuna rappresentanza nel Parlamento?
Le premesse per un cambiamento

Vi sarebbero premesse per il risanamento: il Paese non è infatti perduto, perché vi è un ceto intellettuale di scrittori e giornalisti così come un ceto imprenditoriale, che pur oggetto di intimidazioni, è al pari e spesso superiore rispetto ai concorrenti europei, fortissimo nell’innovazione, nella produzione e nell’esportazione, mentre associazioni professionali, imprenditoriali e persino sindacali, giornali d’opinione e circoli si vanno organizzando in una sorta di opposizione.
Ciò che manca è una cerniera politica che costituisca una rete e un collegamento per ricreare una classe politica e poi, pronunciamo con coraggio la brutta parola: ricostruire i partiti, visto che essi rimangono strumenti imprescindibili della democrazia rappresentativa.
Naturalmente non ci potrà essere indulgenza verso le formazioni che hanno fallito nella seconda Repubblica, essendo esse inutilizzabili, da una parte a causa dei loro equivoci cesaristi e antipolitici, e dall’altra per l’ammiccamento verso il giustizialismo o peggio per il loro ritorno alle tendenze

di vocazione alle parole semplici, ormai fastidioso del pluralismo e della tolleranza, magari in nome della “volontà generale” o del “popolo”.