Ricolfi: “L’Italia dopo il voto?
È quella del 1992
Con divisioni economiche, sociali, culturali”

Per il sociologo torinese “negli ultimi 30-40 anni, tranne qualche eccezione, la qualità delle classi dirigenti è crollata in tutto l’Occidente“
Ricolfi: “L’Italia dopo il voto? <br>È quella del 1992  <br> Con divisioni economiche, sociali, culturali”

IN ATTESA – Palazzo Chigi. Tempi lunghi per la formazione del nuovo governo.

 

di PAOLO CORTICELLI

Salvatore Veca, filosofo politico, nel suo libro “Dell’incertezza” (Feltrinelli, 1997), si sofferma sull’importanza del linguaggio, della comunicazione, modalità grazie alle quali, nel dialogo con gli altri, “ci mettiamo alla prova in un mondo di incessante deformazione, sullo sfondo della partizione instabile fra certezza e incertezza che, con i suoi capricci, modella e rimodella… le circostanze in cui ci misuriamo con le nostre ricorrenti questioni di verità, giustizia e identità”.

Veca in buona sostanza sottolinea come ogni giorno siamo sollecitati a decisioni, dalle più banali, alle più complesse, e oscilliamo in un’incertezza iniziale che, rimodellando progressivamente circostanze e deduzioni, ci fa pervenire a una scelta.

All’indomani del 4 marzo molti politici, i “vincenti” in particolare, hanno profuso solo certezze: su chi doveva essere il premier, come scegliere le cariche istituzionali, con chi si dovesse dialogare… Il tutto con mirabile (e illusoria, per gli elettori) accelerazione all’insegna del “tutto subito”, perché “siamo qui per cambiare”. In realtà il percorso è quanto mai incerto, a partire dalla questione su chi deve governare e con quali numeri. E via dicendo…

Abbiamo intervistato il professor Luca Ricolfi, Sociologo, docente di Analisi dei dati all’università di Torino, osservatore tra i più attenti delle cose della politica, equidistante rispetto a partiti e a movimenti  (le sue analisi sono consultabili sul sito della Fondazione David Hume, www.fondazionehume.it), per vedere di chiarire alcuni aspetti del quadro che si è delineato nel nostro Paese dopo le recenti elezioni.

 

VdM – L’Italia si trova in una situazione di stallo, dopo le recenti elezioni politiche. Stallo, per altro, prevedibile. Al di là degli scenari più o meno probabili, in termini di coalizioni, nuova legge elettorale, nuove elezioni, cosa pensa del Paese che si è palesato, dopo il responso delle urne?

 

Per certi versi, l’Italia del 4 marzo è l’Italia delle ultime elezioni della prima Repubblica, quelle del 1992. Allora, secondo gli studiosi (Giacomo Sani in particolare), l’Italia era risultata divisa in tre: Padania, egemonizzata dalla Lega (Forza Italia non era ancora nata); Etruria (Regioni rosse), egemonizzata dal Pds; Mezzogiorno, egemonizzato dalla Dc. Oggi è sostanzialmente lo stesso, con i Cinque Stelle al posto della Dc. Sul piano del radicamento dei partiti l’unica differenza importante è che ora il Mezzogiorno elettorale tende a incorporare anche le Marche.

 

 

VdM – La cartina dell’Italia, suddivisa per aree di influenza dei partiti, assomiglia molto a quella del XVIII secolo: stiamo vivendo un’involuzione in tal senso, con divisioni non solo geografiche ma anche sociali e culturali? O si tratta di un’ulteriore conferma?

 

L’Italia è sempre stata divisa, economicamente, socialmente, culturalmente. Quel che è cambiato nel tempo è la rappresentanza politica, con il Nord e il Centro relativamente stabili (il primo orientato a destra, il secondo a sinistra) e il Sud che, invece, cambia cavallo quasi ad ogni elezione: al punto che, di fatto, in Italia l’esito delle elezioni politiche è deciso quasi sempre dalle scelte del Mezzogiorno.

C’è un’importante differenza, però, rispetto al 1992: allora il fulcro della protesta era al Nord, ora è al Sud. Nel 1992 il nodo politico cruciale era la rivolta fiscale del Nord, nel 2018 è la domanda di assistenza del Mezzogiorno.

L’elemento più interessante, tuttavia, a me pare il ruolo delle regioni del centro, specie Emilia, Toscana e Umbria: nel 1992 il loro solidarismo le rendeva più vicine alle istanze di protezione del Sud che alla rivolta fiscale del Nord. Oggi a me pare vero il contrario: il successo della Lega nelle Regioni rosse segnala un accorciamento delle distanze fra il Nord e il Centro. Nel 1992 la spaccatura era fra Nord e Centro-Sud, nel 2018 è fra Sud e Centro-Nord. Se non lo si averte chiaramente è perché si continua a vedere il centro-destra e il centro-sinistra classici come due realtà politiche contrapposte, mentre si tratta solo di sfumature del medesimo colore: il colore dei ceti produttivi, soffocati dalle tasse e dalla burocrazia, che chiedono allo Stato di fare un passo indietro.

 

VdM – Il profilo dell’italiano medio, tracciato a suo tempo da Francesco Guicciardini nei Ricordi, con una visione pessimistica, si ripropone oggi con maggior forza? Il senso dello stato è sempre più latente…

 

Il senso dello Stato presuppone che esista uno Stato, autorevole e non soffocante. Ma oggi lo Stato è l’esatto contrario: soffocante e non autorevole, perché squalificato agli occhi della gente. Certo, anche oggi si può, nonostante tutto, avere senso dello Stato, come pochi, rari uomini politici hanno dimostrato (ad esempio il compianto presidente Ciampi). Ma la dose di eroismo e di moralità richiesta è enorme…

 

 

VdM – Mark Zuckerberg – oggi nell’occhio del ciclone – ha definito Donald Trump un pessimo politico, che però va di moda: si può dire qualcosa di analogo riguardo ai nostri politici “vincenti”?

 

Non vedo grandissime differenze fra vincenti e perdenti in Italia. Come non vedo grandi differenze fra politici populisti e politici assennati nel resto del mondo. La realtà è che negli ultimi 30-40 anni, con poche eccezioni, la qualità delle classi dirigenti è crollata in tutto l’Occidente.

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