UN MONDO DI LIBRI IN BULGARIA
CREATO E VOLUTO DA UN’ITALIANA

MediaKey Editoriale, un’impresa italiana a Sofia fondata da Renata Bortolozzo,
alla ricerca di opportunità di lavoro nell’Est Europa

Apre a Padova la sua prima società dedicata alla grafica, impaginazione, redazione e stampa di libri negli anni ‘80. I suoi clienti principali sono le case editrici più importanti d’Italia. La società va avanti, cresce e afferma il suo nome nel mercato, perfezionando la sua produzione con testi di matematica, chimica, fisica, medicina, lingua greca – settore questo particolarmente complicato. Nel 2007 dirige il suo sguardo oltre confine, verso un paese dell’Europa dell’Est – la Bulgaria. Nasce Media Key Editoriale a Sofia, sempre rivolta al mercato italiano.

 

Di che cosa si occupa Media Key Editoriale?

L’azienda si occupa di grafica, impaginazione, redazione di libri per l’Italia. Ci occupiamo del progetto grafico, illustrazioni, impaginazione e stampa. Abbiamo un gruppo di 5 persone e una serie di tipografie in Bulgaria a cui rivolgerci a seconda del tipo di macchinario da utilizzare e il costo. Ci occupiamo anche del trasporto. Tutto ciò che va dall’editore fino alla stampa del libro.

 

Quando ha sentito nominare la Bulgaria per prima volta?

Nel 2006 avevo avuto un contratto di lavoro molto interessante per la mia azienda in Italia, però a prezzi decisamente molto bassi e non ero in grado di far fronte alla richiesta del cliente.  Una ragazza bulgara, che collaborava con la mia azienda, dopo aver valutato il problema mi propose di aprire una realtà aziendale a Sofia. Da questo input parte la curiosità di venire a conoscere come fosse la situazione in Bulgaria. Valutare i costi e che possibilità avrei avuto di poter far fronte a quel contratto. Nello stesso periodo si è incrociato questo tipo di ricerca con un seminario tenuto dalla Camera di Commercio sulla delocalizzazione in Bulgaria. A quel punto ero pronta per partire per la Bulgaria.

Si  ricorda la sua prima visita?

La mia prima visita non è stata solo per il lavoro, ma poiché avevo problemi di salute ho incontrato un medico bulgaro che mi ha curato molto bene. E partendo da questo è stato anche facile avviare un discorso professionale. Sono rimasta scioccata dalla larghezza delle strade, dai negozi che erano piccole baracche lungo queste strade. Naturalmente ho girato Sofia un pò scioccata. Eravamo nel 2004. Le strade erano disastrate, le case erano lasciate andare, la prima impressione è stata di una città triste e fatiscente. Ho visto, però, anche una città che si stava muovendo, c’erano lavori dappertutto, e ho pensato ad un futuro solo positivo, in crescita. Il mio socio, invece, era piuttosto negativo nei suoi giudizi. Ma io ero molto convinta che Sofia fosse una città che poteva solo crescere. Della Bulgaria ho apprezzato e apprezzo la tranquillità. Ho l’impressione che la percezione del tempo qui sia diversa dal senso del tempo in Italia, dove la vita è molto più veloce e stressante, lo stress, che mangia la vita. Questa differenza a me è proprio piaciuta, ho trovato un altro ritmo, a dimensione umana.

E la gente?

Parliamo della gente normale. Non nel campo del lavoro. Gente che si incontra per strada. Il bulgaro non è molto sorridente. In quei tempi ancora meno, 16 anni fa erano ancora meno sorridenti. Ma io ho trovato in questo popolo tanta empatia e tanta gentilezza. Le persone con cui lavoro sono splendide e non ho mai avuto problemi nei rapporti, anzi, ho molti amici soprattutto bulgari

Un’altra caratteristica che ho rilevato, è la mancanza dello spirito imprenditoriale e la mancanza di artigiani attenti alla qualità del lavoro. Il lavoro ha solo come scopo l’obiettivo “ciò che serve”, senza tener conto dell’estetica e della qualità dell’intervento.

Queste sono mie esperienze ma vedo che, piano, piano questa tendenza viene superata. Stanno ritornando gli artigiani che hanno lavorato all’estero e che portano nuovi modi di operare e molta più attenzione per la qualità e l’estetica.

Credo che questa sia una mancanza di cultura del lavoro che ci è rimasta dai tempi del comunismo… Quando ha aperto l’azienda, quali difficoltà ha incontrato?

Non abbiamo trovato grosse difficoltà, proprio per merito della collaboratrice bulgara che ci seguiva. Prima di tutto perché abbiamo trovato un bellissimo ufficio in una bella zona a prezzo decisamente conveniente. Dopo, anche la ricerca del personale è stata abbastanza semplice. Il problema degli artigiani l’ho vissuto in prima persona, quando abbiamo dovuto mettere a norma l’ufficio. Qui a Sofia non esisteva la nostra attenzione e cura per i dettagli, il nostro gusto per il bello. Non importava se i fili fossero stati messi all’esterno o dentro le canaline. Mentre a noi interessava che oltre a un lavoro fatto bene, ci fosse anche un ufficio piacevole, ordinato. L’approccio, forse la cultura sono diversi.

Dal punto di vista della burocrazia?

Non ho mai avuto grandi problemi. Ho trovato una burocrazia che in Italia me la sognavo. Si è aperta l’azienda in maniera veloce. Tutto fatto nel giro di pochissimo tempo. Dopo quindici giorni eravamo già operativi. Io penso che lo stato bulgaro sia attento e abbia un occhio di riguardo per le imprese. Questo è il mio modo di vedere le cose. C’è facilità nei rapporti, basta seguire le regole, che sono chiare e lo stato può esserti amico!

Lei non parla il bulgaro, nemmeno l’inglese, ma è riuscita a trovare amici e colleghi senza sforzi. Come ci è riuscita?

Non so come ho fatto, ma so solo che ho sempre avuto intorno belle persone, anche in azienda. Il gruppo di lavoro ha fatto stage in Italia per imparare il nostro metodo di lavoro, Poi abbiamo organizzato corsi d’italiano in azienda. Ho tantissimi amici bulgari che parlano italiano. Per me è semplice fare amicizie. Ci sono delle differenze culturali e anche una diffidenza iniziale verso lo straniero, queste non vanno sottovalutate. Quando si fa un accordo questo va assolutamente rispettato, soprattutto per superare la diffidenza. La pacca sulla spalla come si usa in Italia, non esiste. Importantissima è la comunicazione e il dialogo, tenendo presente che non sempre siamo capiti nell’uso dei termini. Molto spesso le sfumature del linguaggio e i modi di dire creano delle incomprensioni molto difficili da colmare. L’empatia fra dipendente e datore di lavoro è importantissima, come la comprensione del linguaggio. La diffidenza crea situazioni difficili da superare. Qui ho trovato una coesione molto forte, da parte dei bulgari, nel difendere le tradizioni e i valori sociali.

È diverso il discorso fra carattere e cultura bulgara. A parte che quasi tutti i bulgari sono laureati, in Italia non è così. È vero, hanno un carattere chiuso ma hanno una buona apertura data dalla scolarità. I problemi che sorgono si possono superare con la comunicazione che deve essere semplice, lineare e molto chiara. Tutti sono disponibili a dare una mano, anche i bulgari, in caso di bisogno. È gente con grande orgoglio e dignità, non aperta, ma molto disponibile.

Che consigli potrebbe dare per quanto riguarda la creazione di un team in Bulgaria?

Una cosa che mi ha molto destabilizzato quando siamo arrivati è il ruolo dato all’amministratore. Non serviva che “il capo” fosse presente in azienda, bastava che desse le disposizioni telefonicamente, il nostro comportamento è stato molto diverso. Per cui per costruire un team ritengo che l’unica strada sia l’esempio. L’entusiasmo del capo, l’informazione sull’andamento dell’azienda crea il team. Non servono molte parole, servono comportamenti chiari e motivazioni. È naturale che ci sia sempre qualcuno che non segue, ma questo fa parte del gioco. Il team ti segue sempre non sulle parole ma sui comportamenti. La parola ha un peso importante, direi più dei soldi. E questo a me piace. Il team lo crei così. Il capo non può dire sabato e domenica si lavora, e lui va al mare. Non esiste. Allora è facile creare un team, sei tu il responsabile e fai parte della squadra. Queste sono regole che non funzionano solo in Bulgaria ma in generale, qui sei molto più osservato, sei l’estraneo, quindi sei valutato.

Come sono le tipografie in Bulgaria ?

A seconda deIle tipografie. Sono entrata in tipografie in cui ho preso un po’ di paura. Ma in Italia ho visto tipografie molto peggiori di quelle bulgare. La manodopera in Bulgaria è più importante delle macchine. Tutto ciò che può essere fatto dalla manodopera avrà un costo inferiore di quello italiano e comunque sarà fatto bene. A livello di macchine da stampa sono molto aggiornati, in quasi tutte le tipografie che ho visitato, e danno un prodotto di qualità. Si tengono contenuti i costi attraverso la manodopera. Quando siamo arrivati gli stipendi erano molto bassi, rispetto all’Italia, adesso, piano piano si stanno adeguando. Parlo contro i miei interessi, ma il mio interesse è avere un prodotto di qualità, di avere collaboratori che non se ne vanno.

Qualche suo consiglio per gli imprenditori italiani che vengono in Bulgaria?

Prima di tutto bisogna capire le persone con cui collabori. Accettare e valutare sia la parte positiva che meno positiva del carattere. Questa è la prima cosa che devono fare per avere un buon staff lavorativo. Perché la cultura è diversa. Io trovo che il rapporto stato-impresa sia positivo e meno burocratico che in Italia, basta rispettare le regole. Di solito noi italiani cerchiamo di aggirare le regole!

Come avete ristrutturato l’azienda dopo il virus?

Si sta lavorando in smart working, da casa. Ogni settimana ci si trova per definire i progetti. L’amministratore va in ufficio e coordina tutti quanti. Abbiamo preso decisioni di incrementare la nostra produzione attraverso i social.

Come cambierà il mondo dopo la pandemia?

Cambierà tantissimo secondo me, spero che cambi. Perché ci sono valori che ci siamo completamente dimenticati. E forse è il caso di prendere in mano il discorso ambiente, natura. Ho notato che a Sofia non c’è la raccolta differenziata e questo mi dispiace tantissimo, perché l’ambiente è una delle vie di fuga ed è la nostra salvezza. La gente sarà sempre più chiusa. Meno empatica. Meno rivolta verso l’altro, perché si è abituata a vivere nella ‘cella casa’. Non mi piace lo smart working. Perché non mi piace? Perché anche questo è un momento di non socialità. La gente sarà più chiusa. Dopo ci potrebbe essere momento di riflessione, il motivo per cercare valori veri, amici veri, non lo so. Non so come sarà la vita, ho l’impressione che questo sia un periodo storico da cui parte qualcosa di nuovo, ma non so definirlo. Qualcosa di diverso. Non migliore o peggiore. Diverso. Io sono molto curiosa di vedere e vivere ciò che accadrà. C’è un grosso cambiamento in atto. Anche dentro alle persone. Incontri sempre più persone spirituali, attente all’universo che le circonda.

Il suo saluto per i lettori del VM?

Quando ho deciso di aprire la mia azienda 40 fa, non avevo una lira, ma sapevo che dovevo farlo. Non so il perché. Io non ho più avuto nella vita quel fuoco, quella forza. Io volevo questo, creare la mia realtà. Ho trovato i soldi, ho trovato tutto quello che mi serviva. Dentro di me era una follia, non dormivo. Non avevo tempo di dormire. Questo è stato proprio fortissimo ed è il motivo per cui io adesso sono qui.

Il Velo di Maya apre i segreti. I segreti però non sono nel velo di Maya. Voi siete Maya e il velo sono le paure che vi ricoprono. Via la paura! Andate avanti! Essere imprenditori non è facile, ma ne vale la pena. Forse non avrete molti soldi in tasca, ma vale la pena vivere una vita difficile e con molte incertezze ma… bellissima!

 

 

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