Dalla guerra nel Donbass all’Eurofestival Per l’Ucraina continua la ricerca della serenità

I morti dell’Est del Paese non fanno notizia. Ma Kiev alza la testa e diffonde il Song Contest per portare un messaggio di pace. Ma la Russia capirà?
Dalla guerra nel Donbass all’Eurofestival Per l’Ucraina continua la ricerca della serenità

di MARUSIA CIURAI

C’è qualcosa di cui non parla la televisione italiana come se fosse un tabù, e magari lo è, vista la chiara posizione pro Russia dell’Italia a Lucca durante l’ultimo G7. Non se ne parla in televisione così all’unisono – Rai, La7, Sky Tg24 e i canali Mediaset – per cui, di cosa stupirsi?
Mi riferisco alla guerra in Ucraina, la guerra che dura ormai da più di tre anni, non lontano da noi, sempre in Europa, ad appena poco più di due ore di volo da Milano. La guerra che uccide soldati e civili indiscriminatamente. Ogni giorno. I miei amici italiani ogni tanto mi chiedono: ma è finita, non si sente più nulla? Purtroppo no, miei cari, rispondo loro.
Nel frattempo c’è un avvenimento più simpatico e allegro, più accettabile in queste belle giornate di maggio, tra Design e Food Week: il festival musicale Eurovision Song Contest. Iniziato il 7 maggio a Kiev con la parata dei partecipanti, belli, giovani e ambiziosi, provenienti da 42 Paesi europei più l’Australia, con il promettente Francesco Gabbani per l’Italia, sul tappetto rosso. L’Eurofestival si terrà in un bel contesto del parco del centro di Kiev, davanti al Palazzo Mariinskiy , esempio di stupenda architettura barocca, con lo sfondo dei castani fioriti, il simbolo dell’antica città sull’alta riva del potente fiume Dnipro.
Kiev ha ottenuto il diritto di ospitare il Concorso internazionale dopo l’affermazione della cantante ucraina, tatara crimeana, Jamala, che ha vinto con la sua commovente canzone “1944”, da lei scritta e arrangiata, che parlava della tragedia consumatasi nel bel maggio di quell’anno maledetto, con la totale deportazione del suo popolo in Siberia, per volontà del regime staliniano. Sotto alcuni aspetti, a Stoccolma, nel 2016 l’Ucraina ha combattuto con la Russia e ha vinto. Così almeno lo è stato per noi, ucraini, compresi quelli della Crimea (figuriamoci) inchiodati quella notte della finale davanti ai teleschermi. E per noi, intendo noi come nazione, credete, questa è stata una delle poche buone notizie da tre anni circa ad oggi.
Dopo diverse illazioni, nel dicembre scorso, fatte da alcune testate russe, captate poi dagli inglesi e dai tedeschi riguardo alla rinuncia dell’Ucraina del diritto di organizzare l’Eurovision, perché povera, perché insicura, perché in guerra, e via dicendo… Ebbene, dopo queste illazioni, i russi oggi masticano ancora la loro rabbia, perché erano sicuri della propria vittoria, e sono riusciti a portare la politica anche dentro un concorso musicale giovanile. Ma poco dopo la notizia è stata smentita dall’Unione europea di radiodiffusione (Uer) ed è stata confermata Kiev come città ospitante del prossimo Contest, così com’era previsto dopo la vittoria di Jamala. Ed eccoci di nuovo qui, a Kiev, in attesa della prima semifinale del 9 maggio.
Non importa chi vince, non importa dove si svolgerà il prossimo Song Contest. La cosa importante è che il mio Paese, la mia città nativa, la bella Kiev, nonostante le difficoltà e i costi di guerra, è riuscita ad accogliere benissimo le delegazioni internazionali. Con un palco riconosciuto da Uer come uno dei migliori di tutta la storia del concorso (quello attuale è il 62°). Questa è già la nostra vittoria – potete storcere il naso e fare gli snob – ma per noi è così. C’è da esserne orgogliosi.
Anche perché sarà una buona occasione per noi ucraini per raccontare a migliaia di ospiti da tutto il mondo la verità, la nostra verità sulla guerra nell’Est del Paese, in Donbass, la guerra in atto. E sulle sofferenze dei tatari della annessa Crimea. Finché i canali televisivi italiani o altri fanno il comune gioco di una silenziosa omertà, la notizia vi arriva lo stesso. Da chi vede le mostre in corso sulle piazze della città di Kiev, sugli eroi di questa guerra e sulle sue vittime, conversa con la gente del posto, porta con sé il ricordo vivo e non quello raccontato dal giornalista di turno. Questa è la nostra quotidianità che mostra la forza di un popolo, che finalmente non vuole più essere una colonia, che vuole scrivere la propria nuova e vera storia. Quindi, noi l’abbiamo già vinto, il nostro Contest, perché confidiamo in noi stessi. E anche nel nostro futuro europeo.
E se per caso seguite l’Eurovision Song Contest, provate a pensare, in un momento del bellissimo spettacolo, che in quello stesso istante i nostri soldati stanno forse morendo sotto i bombardamenti russo-separatisti a distanza di circa 600 chilometri da Kiev, a sud-est. Per dare a noi tutti la possibilità di vivere in pace. Pace che è il più grande tesoro dell’umanità. Gli ucraini ne sanno qualcosa.

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    Giovammi / 09 Mag

    Quello ucraino e’ un popolo che bisogna conoscere per poterne apprezzarne la nobilta’ delle origini, l’attaccamento alle profonde e sane radici, lo spirito di solidarieta” che lo rende unito. Un popolo forte, coraggioso, indomito, orgoglioso, che ha saputo risollevarsi dalle tragedie di un secolo di tirannia sovietica, e che dimostrerà’ al mondo intero il proprio valore e la propria grandezza. Slava Ucraini!

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      Marusia Ciurai / 10 Mag

      Gerojam slava!

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    Volodymyr / 10 Mag

    Grazie! E’ molto bello l’articolo, complimenti! Una domanda all’autore: perche’ continuate a scrivere KIEV, invece di KYIV, non e’ la stessa cosa, e’ il senso di un’altra lingua!!!

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      Marusia Ciurai / 10 Mag

      Il senso è lo stesso, gentile Volodymyr. Anche perché si puo’ avercela con uno Stato, anche con un popolo, ma non con la lingua. E anche perché stra maggioranza dei miei amici italiani (e l’articolo serve a loro) conoscono la nostra capitale come KIEV. Spero di non aver offeso nessuno con questa trasliterazione.

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      iryna / 11 Mag

      scusi,ma secondo me non’è importante come scriv
      ere,importante che cosa scrivere di una città bellissima kiyv!!!

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        Marusia Ciurai / 11 Mag

        S’intende proprio questo. In tal senso ho risposto a Volodymyr, senza perdersi nei dettagli secondari

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    Marusia Ciurai / 10 Mag

    (M.C.) Ieri sera, durante la prima serata dell’Eurovision Song contest, i due conduttori italiani di Rai 4 hanno avuto un’evidente difficoltà nello spiegare ai telespettatori perché la Russia non partecipa al festival, perdendosi in frasi anche vaghe, una per tutte: perché ai russi non era piaciuto il testo della canzone “1944” cantata da Jamala, vincitrice del Contest 2016.
    Sono giunte parecchie richieste dai lettori ucraini, su questo fatto, sul diniego della Russia a partecipare. Vediamo di chiarire.
    Nel marzo di quest’anno, più tardi di qualsiasi altra partecipazione nazionale, la Russia ha annunciato la propria candidata per l’Eurovision Song Contest a Kiev, Yulia Samoilova. Dato che in Russia nessuna piuma si muove senza l’accordo con il Cremlino, la candidata risultava subito inaccettabile per Kiev come cittadina, e non come cantante, in quanto nel 2015 aveva visitato, con diversi concerti, la Crimea occupata e annessa dalla Russia nel marzo dello stesso anno, con un finto “referendum”.
    Secondo la Legge Ucraina, gli artisti, politici, giornalisti e altre persone pubbliche che entrano in Crimea e svolgono le diverse attività non dal territorio nazionale ucraino e non concordate con Kiev, si proclamano persone “non grate” per tre anni. Quindi, a Mosca sapevano bene di mettere nelle mani di Kiev questa patata bollente. Infatti, poco dopo il Ministero della Sicurezza dell’Ucraina ha ufficialmente confermato il divieto di entrare in Ucraina alla cittadina russa Samoilova, chiedendo una candidata alternativa accettabile. Ma dato che lo scopo del Cremlino non era questo, bensì quello di sollevare uno scandalo mediatico nei media russi. Con alcuni echi anche in Europa sulle sanzioni contro l’Ucraina, definita antidemocratica.
    Ma signori miei, se la legge deve essere uguale per tutti, lo sarà anche per Samoilova, che forse, pensando bene, si è salvata in questo modo da un ruolo di bambola usata come strumento dei servizi russi.

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