IL LUOGO DA’ LUCE ALLA PAROLA RISCOPRIRE IL SENSO DI UNITÀ

Riflessioni sulla lettura di “Dante, Noli e il Purgatorio” di Giovanni Toso

La lingua è legata ai luoghi, nasce da coordinate che sono spaziali, oltre che temporali. La filologia e l’analisi storico-geografica vanno di pari passo per comprendere i discorsi di un paese in un dato secolo o l’opera letteraria di un autore.

Se l’oggetto di riflessione è il rapporto della lingua di Dante con i luoghi dell’epoca allora l’impresa di ricostruzione appare improba, per la vastità del materiale e per la ricchezza dei riferimenti che sono insieme culturali, filosofici, poetici. Del sommo poeta si hanno confusi riferimenti biografici. Diversi critici hanno ipotizzato che abbia fatto viaggi anche a Parigi, oltre che a Verona e Genova. Nel difficile ma non impossibile ricamo dei posti citati, e forse visitati, da Dante ci ha aiutato Giulio Ferroni, nel volume “L’Italia di Dante”. E così, attraverso la lettura e la contemplazione di quelle pagine erudite, abbiamo compiuto un viaggio esplorativo da nord a sud, dalle bestie di Fiesole alla Sicilia di Scilla e Cariddi, dalla Firenze al Monferrato, da Montaperti a Verona, dalla gente vanesia di Siena a Roma, Ravenna, Napoli: seguire l’itinerario dell’Italia di Dante significa riconoscere l’esistenza di un’Italia prima ancora che nascesse l’idea di nazione, vuol dire recuperare il senso di un’unità e di una coerenza contro chi oggi ne mette in dubbio l’identità storica.

In quest’ottica si comprende allora quanto sia preziosa e utile l’opera di approfondimento che Giovanni Toso ha compiuto con la sua riflessione sui rapporti tra Dante, Noli e il Purgatorio, nell’elegante e raffinato volume pubblicato da Marco Sabatelli Editore. Toso non è un linguista, ma è di cultura classica ed è un amante di Noli e della sua storia. Ripercorrendo quei luoghi e meditando sulle quartine del Purgatorio ha “accumulato indizi” per avanzare un’ipotesi che diventa sempre più convincente, mano a mano che ci si avventura, pagina dopo pagina, nella lettura del libro: Dante si sarebbe ispirato per una parte dei suoi versi del Purgatorio alle zone liguri, con precisi riferimenti.

Viene così incastonata una nuova perla densa di stimoli e di contenuti nella già vastissima bibliografia di interpretazioni della Divina Commedia. Secondo l’autore, che vanta un ricco curriculum con esperienze manageriali in grandi gruppi editoriali italiani e che non ha mai smesso di leggere e meditare le Cantiche, “Dante non solo discese in Noli (Canto IV, 25) ma vi soggiornò per alcuni anni, operandovi su molti fronti, in particolare nella composizione del Purgatorio e di altre importanti opere”.

E ancora, “la potente diocesi di Luni, a cavallo tra Liguria e Toscana, fu sua probabile dimora per uno o due anni, tra il 1306 e il 1308, dopo l’esilio e vi riprese, forse, a scrivere la Commedia , iniziata in Firenze”.

Una perla provocatoria

Tali ricostruzioni sono messe in evidenza con una ricchezza di particolari e di riferimenti che sono insieme molto significativi e avvincenti: sarà compito degli esperti di alto lignaggio cogliere tali indicazioni ed esplorare con la validità dei più aggiornati metodi storici e filologici la corrispondenza tra lingua e luoghi. Ma si viaggerà anche alla riscoperta di alcune figure come l’allegoria del “Grifone” e l’identità del “Veltro”.

Nel libro di Toso questi argomenti vengono squarciati dalla luce della conoscenza storica dei luoghi che sono natii e che sono diventati oggetto e ragione di studio: i passaggi di Dante in Liguria allora prendono corpo e spessore, con riferimenti che sono spaziali e temporali. Per tali ragioni questo saggio, di gradevole lettura, è una perla provocatoria che illumina e incuriosisce e che non mancherà di avere seguito: glielo auguriamo, a tutti i livelli, da quello dei più esperti a quello degli appassionati e dei fruitori della lezione dantesca.

In questa sede basterà ricordare che una lingua non nasce dal caso, né dall’opera alchemica di uno studioso erudito distaccato dal contesto in cui vive. La lingua è sempre la manifestazione di una vitalità che nasce dall’incontro di diverse anime, umane e territoriali. Il genius loci è il crocevia di questa confluenza. Anche per questa ragione ci piace pensare che Dante abbia viaggiato, soprattutto dopo l’esilio, e che abbia conosciuto con esperienza diretta uomini, culture e luoghi. La tesi del libro di Toso, per quanto ardita, è pur sempre realistica e viva, fresca di immagini e di rimandi. Ci porta a considerare Dante più da vicino, come un esploratore che ha visitato territori e luoghi, di cui ha respirato lo spirito attraverso la ricognizione linguistica. La lingua che da lui è nata, diremmo l’italiano, è anche frutto di una compiuta e fruttuosa selezione di termini e di lessici tra i più comuni e condivisi tra diverse comunità attigue: ma solo un’esperienza diretta e non mediata avrebbe potuto generarla.

Una lezione di vita, di lungimiranza e di sopravvivenza, soprattutto per i nostri tempi, dove i social, i media e le comunicazioni istantanee come twitter o facebook ci impongono nuovi stili per il consumo immediato delle parole che diventano slogan tanto efficaci quanto vacui, senza quasi più una seria riflessione a fondamento. In questa babele di termini che è facile terreno di crescita per offese gratuite e polemiche ricercate, il ritorno alla meditazione sulla parola e sui luoghi è un importante viatico per non dimenticare le nostre origini e la nostra identità. Un patrimonio comune che si arricchisce di particolari sempre più importanti e interessanti come il suggerimento sortito dagli eleganti sforzi di Toso. Piccoli anelli mancanti vengono alla luce e l’insieme aumenta di splendore.

*Paolo Gila, giornalista e scrittore, ha pubblicato numerosi libri, l’ultimo dei quali, “Subbugli”, per Armando Editore, in libreria da aprile, tratta del rapporto tra lingua, psicologia e luoghi comuni.

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