Quello sguardo alla ripresa avvelenato da incertezze e livore

Scienziati, politici, gente comune. Un popolo. Sì, sono in molti a spingere lo sguardo al di là dell’orizzonte e cercare di prefigurare il mondo che sarà. Per Marino Niola – antropologo e giornalista – “il terzo millennio comincia ora”, come ha dichiarato quale ospite della rubrica Elisir (Rai 3) il 24 aprile scorso. C’è un crinale, un prima e un dopo nelle vite di molti, di tutti, dovuti a un’emergenza sanitaria sconvolgente: inattesa e imprevedibile, ha portato incertezza e paura sull’intero pianeta, una lunga serie di lutti, una ricerca spasmodica al rimedio. Niola presagisce che in Italia “ci si avvierà verso una ripresa che ci sorprenderà” in quanto già si avverte una “fame di vita straordinaria”. “sarà come nel secondo dopoguerra”, ha chiosato l’antropologo. Il 25 aprile, Sergio Mattarella ha detto, a sua volta: “L’Italia ha superato, nel dopoguerra, ostacoli che sembravano insormontabili. Le energie positive che seppero sprigionarsi in quel momento portarono alla rinascita”.

C’è un ottimismo incoraggiante, anche nelle parole del presidente della Repubblica, che prefigurano un Paese alacre ove tutti si impegnano, al di là dei sacrifici che molti si sono già dovuti sobbarcare, per rimodellare questa nazione indubbiamente provata. Nel parallelismo con ciò che accadde negli anni seguenti alla fine della guerra, pur prospettato con slancio anche da molti commentatori, non si possono però sottovalutare discrepanze fra due realtà distanti settantacinque anni sotto molti aspetti. Vediamole.

Società scomposta e fame di vita

L’agenda del mondo di domani non si presenta come un ritorno del passato, un suo prosieguo. A uno sguardo più attento, si assiste all’epifania di un crinale temporale e fattuale in cui c’è un prima e un dopo, con una percezione piuttosto diffusa per un “dopo” alquanto differente da come abbiamo visto e vissuto finora.

Ciò che ci differenzia dal passato post bellico è prima di tutto un pensiero comune unificante: nel 1945, di fronte a un Paese distrutto – mancava di tutto, non c’erano supermercati aperti, c’era la borsa nera per procurarsi un po’ di cibo di qualità, rovine e distruzione ovunque, per non parlare di chi aveva perduto la vita, tanti, troppi, anche in una fratricida guerra civile – via via la società si ricompose e fece fronte comune verso quel processo di ricostruzione che non conobbe sosta fino a portare, già negli anni 50, l’Italia fra i primi Paesi al mondo per solidità economica, con una crescita di un benessere sempre più diffuso che prese il nome di boom. A quel tempo la “fame di vita” aveva dato i suoi frutti.

Oggi c’è un’involuzione rispetto alla società liquida delineata da Zigmunt Bauman e ci troviamo di fronte, come già detto in questo giornale, alla società scomposta, ove quest’ultimo termine deve essere interpretato secondo due accezioni. In primis, proprio la sguaiatezza, la maleducazione e la violenza sono sempre più diffuse. Si cerca lo scontro, la rissa. Alcuni hanno evocato il periodo a cavallo fra le due guerre mondiali, con particolare riferimento agli anni 30, periodo caratterizzato da forti tensioni sociali, dall’avvento di regimi totalitari, da colpi di stato per rovesciare governi eletti dal popolo, con capri espiatori ben identificati – l’industria della paura già attiva – ovvero gli ebrei, il comunismo (altro regime totalitario), la speculazione finanziaria folle – il crack del 1929 portò conseguenze gravissime fino alla fine del secondo conflitto mondiale -, il diverso, visto come pericolo, cioè le persone di colore o di altra etnia rispetto a quella “dominante” in uno stato.

Nella seconda accezione, dobbiamo intendere questo assunto come incapacità di condividere, di essere coesi, di far fronte comune verso ciò dovrebbe rappresentare un nemico comune… È il trionfo del narcisismo: “Il narcisista divide la società in due gruppi: da una parte i ricchi, i grandi, i famosi, e dall’altra la gente comune”. Così scriveva già nel 1979 Christopher Lasch, uno dei maggiori studiosi di critica sociale, nel suo libro “La cultura del narcisismo” (pag. 99, Bompiani, 1995). La società scomposta va intesa anche come realtà frammentata in clan dove “il mito degli eroi” – sempre per citare Lasch – è dominante: l’eroe è anche il politico di turno che con toni e atteggiamenti arroganti sobilla la plebe che plaude estasiata di fronte al nuovo “verbo”, non importa se violento e volgare. Anzi, tanto meglio se è così: “finalmente parla come noi”.

Il pensare comune è di livello medio basso. Basta prendere in considerazione, fra i molti accadimenti, il comportamento di alcuni incivili – eufemismo – nei confronti di medici e operatori sanitari: violenze, ingiurie, accuse infondate contro quella medesima popolazione sanitaria oggi giustamente elogiata per il sacrificio – troppi i morti fra medici e infermieri – e l’abnegazione dimostrata.

Violenze, ingiurie, accuse formulate con grande livore vengono rivolte a giornalisti, politici, esponenti delle forze dell’ordine.

Banche incerte e povertà imprenditoriale

Trecento miliardi. Questo il potenziale di liquidità garantito dal governo. Ma, appunto, garantito. Cioè il Ministero dell’economia e delle finanze è un fidejussore per le richieste e le erogazioni di prestito alle aziende. Il Fondo di garanzia per le Pmi, piccole e medie imprese, prevedeva “un forte snellimento nelle procedure burocratiche”. Così non è stato, in quanto abbiamo assistito a una serie di comportamenti difformi da istituto a istituto: al cliente che sollecita un prestito vengono richiesti anche 19 documenti. I tassi praticati oscillano dal 7 all’8% circa. Quindi, il tutto si traduce in un’operazione prettamente bancaria, tant’è che di fronte alle molteplici proteste degli imprenditori, l’Abi – l’associazione bancaria italiana – il 21 aprile emana una circolare ove, fra l’altro, si legge: “Si ricorda che … è prevista una procedura “semplificata” in favore di imprese con meno di 5.000 dipendenti in Italia e con un ammontare del fatturato inferiore a 1,5 miliardi di euro, mentre per le imprese con fatturato e dipendenti superiori alle soglie anzidette, il rilascio della copertura è decisa con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze…”. La procedura di erogazione dei fondi viene racchiusa in un riepilogo in sette punti. Il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, in un intervento televisivo – Rai 3, Piazza Affari – afferma che i tassi da praticare oscilleranno fra lo zero virgola qualche punto e l’uno per cento circa, massimo due. In effetti si registra, in generale, l’applicazione di un tasso fisso dell1,25% per le richieste di 25.000 euro, con gratuità delle spese istruttorie. Per le altre tipologie di richieste, i tassi saranno inferiori al 7%, stabiliti caso per caso. E i tempi di erogazione? Ancora lunghi, fino a 15 giorni… Di banchieri come Raffaele Mattioli e Stefano Siglienti, che nel periodo bellico finanziarono l’opposizione al regime, di uomini che veramente rischiarono la vita con un contributo decisivo alla ripresa oggi ve ne sono ancora in ambito finanziario? (“Due banchieri nella Resistenza romana: Raffaele Mattioli e Stefano Siglienti”, il titolo di una ricerca proposta da Intesa San Paolo”)

Anche la classe imprenditoriale mostra non poche falle. Gli investimenti in ricerca e sviluppo sono ancora modesti. In base ai dati relativi al 2017, diffusi dall’Istat nell’autunno scorso, i 23,8 miliardi di euro in Italia sono infatti una quota pari all’1,38% del Pil, con un miglioramento di 0,01 punti sul 2016. La percentuale è bassa sia rispetto alla media della zona euro (2,15%) sia nel confronto diretto con le altre grandi economie industriali d’Europa: in Germania tale quota è del 3%, in Francia del 2,2, la media europea è del 2,15%. L’innovazione tecnologica langue, vediamo cosa scriveva su Industry4Business.it, il 20 febbraio scorso, Mauro Fassi, consulente Zerod srl: “La prima cosa da notare è che investire solo in tecnologia non è vera integrazione; fino a quando non sarà presente all’interno dell’azienda qualcuno che la sappia gestire in modo appropriato. Secondo, ci sono una serie di doverose osservazioni e distinguo da fare che inducono a riflettere su come sarebbe attualmente la situazione in assenza di investimenti IT e a come individuare strategie pratiche per fare in modo che gli investimenti nell’informatizzazione aziendale abbiano il massimo ritorno economico possibile”, oltre al fatto che “anche l’IT ha una sua obsolescenza al pari di ogni altro bene strumentale, in relazione alle condizioni di impiego e agli obiettivi da conseguire. Software e hardware datati o non accuratamente bilanciati, ben difficilmente potranno essere un valido strumento, come non lo potrebbe essere un Erp di vecchia generazione in cui era insita una certa rigidità operativa e strutturale che a fatica potrebbe soddisfare le esigenze attuali”.

In altri termini: c’è necessità di una diversa cultura d’impresa coniugata a una capacità innovativa degli strumenti che si utilizzano nei processi di informatizzazione.

Divisione politica e potenzialità di ripresa

Le risse verbali, sia in ambito parlamentare che nei programmi televisivi, non si contano più. Qui si ha la patente dimostrazione della mancanza di senso dello stato. Il divisionismo è all’ordine del giorno. Sarebbe invece necessario un tavolo comune con l’apporto delle diverse voci, maggioranza, opposizione, ricerca scientifica, per giungere a un modello di ripartenza condiviso e non oggetto di continui attacchi… mentre il virus circola… Il richiamo a un maggior utilizzo del Parlamento ha una sua ratio, anche se c’è da considerare che la situazione emergenziale non offre molto tempo: bisogna decidere tempestivamente e nel migliore dei modi, con particolare riferimento ai parametri di sicurezza per garantire l’incolumità della popolazione.

Le potenzialità di ripresa in ogni caso ci sono. Anzi, ci devono essere. Paolo Giordano, autore del libro “Nel contagio” (Einaudi-Corriere della Sera (2020), ci ricorda che “l’epidemia c’incoraggia a pensarci come appartenenti a una collettività. Ci obbliga a uno sforzo di fantasia che in un regime normale non siamo abituati a compiere: vederci inestricabilmente connessi agli altri e tenere in conto la loro presenza nelle nostre scelte individuali. Nel contagio siamo un organismo unico. Nel contagio toniamo a essere una comunità” e “nel contagio quello che facciamo o non facciamo non riguarda più esclusivamente noi”. Una riflessione condivisibile, peccato che in rete circolino già affermazioni pseudo scientifiche da parte di chi motiva già il suo rifiuto a un eventuale vaccino, che dovrebbe essere senz’altro obbligatorio. Una “excusatio non petita” (“accusatio manifesta”) ove la scusa, il cavillo, diventa un’auto accusa.

Delicata, molto umana, la riflessione del poeta spagnolo Manuel Vilas (L’Espresso, n° 16 – 12 aprile 2020 -, “E torneranno i baci”, pagine 74 e seguenti), pur con una visione un po’ esclusivista. “Gli esseri umani hanno bisogno degli altri per sapere di essere vivi, e questo vale specialmente per le culture latine, come l’italiana e la spagnola. Le nostre culture sono una conversazione con la nostra famiglia, gli amici, la gente. In questo c’è una grande differenza con gli abitanti del Nord Europa. Per noi parlare con la nostra famiglia, con nostra madre, i nostri figli, è una necessità”. Dopo aver rilevato queste differenze comportamentali con i Paesi nordici e aver sottolineato che “senza l’Italia, l’Europa non avrebbe senso”, Vilas si sofferma ancora sulla condivisione di valori, in ambito internazionale, con un auspicio quasi utopico: “Penso che dovremmo camminare vicini, più di quanto non facciamo normalmente. È il momento di dare vita a un grande patto politico tra i Paesi del Sud Europa, un patto in cui Spagna e Italia devono essere i principali protagonisti”. “Si potrebbe cominciare rilanciando la collaborazione culturale tra i due Paesi…”. Ecco, la cultura. La chiave di volta di ogni aspetto di una convivenza civile, la spinta propulsiva per vedere, non solo immaginare, il nuovo mondo. Perché ci sarebbe la certezza di lottare e vincere anche un virus tanto letale.

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