TRA DEFLAZIONE E INFLAZIONE MA LA RIPRESA PUÒ ESSERE SOLIDA

Industriali e operatori finanziari puntano su materie prime e semilavorati. E sui conti correnti italiani giacciono 1.750 miliardi di euro: un patrimonio che può tornare in circolazione

Sotto la cenere della crisi c’è una brace pronta a divampare. La recessione economica che è seguita alla pandemia da Coronavirus ha portato a un drastico calo della domanda. I processi produttivi si sono fermati o hanno rallentato al minimo. Le chiusure di negozi hanno fatto sì che una massa di prodotti finiti si accumulasse nei magazzini in attesa di un collocamento. Le costrizioni che hanno relegato impiegati e funzionari a lavorare da casa hanno impedito la corretta dinamica del mercato automobilistico e del settore dei trasporti. La ristorazione è stata frustrata dalle chiusure totali e parziali, consolata solo in parte dagli asporti. Risultato: deflazione, contrazione dell’economia, rischio di depressione economica.

Ma le cose da qualche tempo sono cambiate. E l’origine della trasformazione è geograficamente collocata proprio nel Paese dove il virus è apparso. La Cina ha ripreso a marciare tanto che il suo Pil nel mese di marzo ha fatto registrare un +18%, un segnale inequivocabile di inversione di tendenza. La domanda di materie prime, di energia e di chip in Asia è cresciuta vertiginosamente, con gli uffici acquisti dei grandi gruppi che si sono mossi per accaparrarsi tutto quanto possibile. Risultato: rame ai massimi storici, ripresa dei corsi del petrolio e del gas, acciaio e carbone richiestissimi in ogni parte del mondo.

Queste attenzioni da parte di Pechino verso ogni materia e ogni tipo di bene che siano utili all’industria manifatturiera hanno cominciato ad avere effetti anche in Occidente, ancora stretto nella morsa della crisi. Mentre gli Stati Uniti cercano di uscire dalla palude e la Gran Bretagna si muove sui nuovi binari del dopo-Brexit, il Vecchio Continente è ancora immerso nell’incertezza, poco sotto o intorno al livello di galleggiamento.

Gli operatori comunque scommettono sulla possibilità di una ripresa la cui natura viene ipotizzata robusta. Sull’onda di questa impressione, industriali e operatori finanziari hanno messo le mani avanti. Se ci sarà crescita della domanda e dei consumi meglio accumulare scorte, acquistare materie prime e semilavorati e puntare su un mercato dai prezzi in crescita premiando opzioni call.

Il petrolio nell’ottobre 2020 ha oscillato fra i 36 e i 44 dollari il barile. Da aprile di quest’anno si muove stabilmente oltre i 60 dollari con picchi che superano i 65 dollari il barile: un rincaro considerevole che si è ripercosso su tanti altri segmenti. Il costo del kilowattora sul mercato è salito da 0,40 a 0,60 euro. Ma detti così, questi dati, sono interpretabili solo se si considera ciò che producono a valle. Ad esempio, il costo del pallet, il pianale in legno per l’autotrasporto, è salito da 9 a 12,3 euro (stime al mercato ortofrutticolo di Bologna); la bulloneria all’ingrosso evidenzia un rialzo dei prezzi a catalogo che sfiora il 40%. Per non parlare del legname pregiato per gli interni delle imbarcazioni, che manifesta rincari anche del 100% per le tipologie esotiche più raffinate.

Al momento questa lievitazione dei prezzi è prevalentemente sulle merci a magazzino. Sono i costi dell’input produttivo ad essersi ingrossati, ma una volta che la dinamica dei processi si riprenderà a pieno, l’escalation si potrebbe manifestare lungo tutta la filiera, fino al consumatore finale, che sarà costretto a pagare molto più care le mozzarelle, i divani, i motocicli e le auto, solo per fare alcuni tra gli esempi più banali.

Secondo alcuni economisti il rischio dell’inflazione galoppante non è all’orizzonte. Il sistema nel complesso resterà calmierato perché, cinicamente, potrà comprimere – laddove possibile – il costo del lavoro. Con tanta manodopera a spasso per la chiusura delle attività, questo livello di spesa tenderà a non alzarsi, ma piano piano, con le assunzioni e con l’affermazione di un nuovo ciclo, le cose potrebbero cambiare.

A ciò si aggiunga che dalla crisi dei mutui sub-prime le banche centrali hanno iniettato migliaia di miliardi di liquidità, che prima o poi verrà portata a galla e comincerà a circolare. Come quei 1750 miliardi di euro depositati sui conti correnti degli italiani, bloccati dalla paura. Per il momento registriamo l’aumento dei prezzi legati all’accumulo di scorte da parte di quote sempre maggiori di industrie, in attesa degli eventi. Poi si vedrà.

Paolo Gila, giornalista e scrittore. Autore di “Cosa misura l’economia”, Edizione Vanda

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